Campiello Pisani, San Marco 2810
Venezia
Ingresso libero
«Sono sempre con un piede da voi e con l’altro nella stanza accanto, dove lavora la Padrona di casa, e assolutamente non mi sento presente a me stesso ma soltanto, come di consueto, in uno strano spazio. Sono di certo espaces imaginaires, ma io non me ne vergogno; esiste da noi un proverbio che dice: “con l’immaginazione andò all’incoronazione”; e io sono perdutamente, un vero mazoviano».
Così scriveva Chopin alla propria famiglia, in una lettera del luglio 1845.
Gli spazi immaginari cui il compositore polacco fa riferimento sono dimensioni fluide, così affini all’illocality e alla difference di cui scrive Emily Dickinson, popolate a volte da visioni tragiche oppure intensamente struggenti.
Il tono eroico accende le Polacche op. 26, composte tra il 1834 e il 1835, genere in cui al meglio trova voce quella che Cristina Campo ha definito la nobile “sprezzatura”, ovvero quella fierezza audace e aristocratica che caratterizza nel profondo l’animo chopiniano. Intimamente connesse tra loro, i due brani alternano enfasi drammatica e dolce lirismo, contrasto espressivo che ritroviamo anche nello Studio op. 25 n. 10, tra le pagine più dolorose che l’autore abbia mai composto.
I Deux nocturnes op. 48, elaborati nel 1841, appartengono invece allo stile maturo e sintetizzano efficacemente la complessità del mondo interiore chopiniano. Nel primo, in do minore, le forme della marcia e del corale confluiscono in una scrittura maestosa, quasi sinfonica, scolpita da poderosi disegni cromatici in ottave che conducono a una ripresa tumultuosa. Nel secondo, in fa diesis minore, la febbrile inquietudine della prima sezione lascia invece spazio, nella parte centrale, a un recitativo disteso, quasi violoncellistico, e a una coda rasserenante, che anticipa le atmosfere fatate e immaginarie della Berceuse op. 57.
Ingresso libero
«Sono sempre con un piede da voi e con l’altro nella stanza accanto, dove lavora la Padrona di casa, e assolutamente non mi sento presente a me stesso ma soltanto, come di consueto, in uno strano spazio. Sono di certo espaces imaginaires, ma io non me ne vergogno; esiste da noi un proverbio che dice: “con l’immaginazione andò all’incoronazione”; e io sono perdutamente, un vero mazoviano».
Così scriveva Chopin alla propria famiglia, in una lettera del luglio 1845.
Gli spazi immaginari cui il compositore polacco fa riferimento sono dimensioni fluide, così affini all’illocality e alla difference di cui scrive Emily Dickinson, popolate a volte da visioni tragiche oppure intensamente struggenti.
Il tono eroico accende le Polacche op. 26, composte tra il 1834 e il 1835, genere in cui al meglio trova voce quella che Cristina Campo ha definito la nobile “sprezzatura”, ovvero quella fierezza audace e aristocratica che caratterizza nel profondo l’animo chopiniano. Intimamente connesse tra loro, i due brani alternano enfasi drammatica e dolce lirismo, contrasto espressivo che ritroviamo anche nello Studio op. 25 n. 10, tra le pagine più dolorose che l’autore abbia mai composto.
I Deux nocturnes op. 48, elaborati nel 1841, appartengono invece allo stile maturo e sintetizzano efficacemente la complessità del mondo interiore chopiniano. Nel primo, in do minore, le forme della marcia e del corale confluiscono in una scrittura maestosa, quasi sinfonica, scolpita da poderosi disegni cromatici in ottave che conducono a una ripresa tumultuosa. Nel secondo, in fa diesis minore, la febbrile inquietudine della prima sezione lascia invece spazio, nella parte centrale, a un recitativo disteso, quasi violoncellistico, e a una coda rasserenante, che anticipa le atmosfere fatate e immaginarie della Berceuse op. 57.
Ingresso libero
Un percorso visivo e sonoro in continua trasformazione, dove immagini e musica si influenzano a vicenda. Le sequenze si generano in tempo reale, dando forma a spazi astratti che reagiscono alla presenza, al movimento, al ritmo. Ogni visione è il risultato di un equilibrio temporaneo tra suono, gesto e macchina, dove l’immagine non è prevista, ma accade.
Con Giovanni Mancuso, Francesco Pavan e l’Ensemble di Musica Contemporanea del Conservatorio di Venezia.
Visioni generative a cura di Igor Imhoff, responsabile delle allucinazioni neurali.
Ingresso libero
Per essere in grado di riflettere onestamente le proprie emozioni, la propria individualità, il proprio modo di essere e le rispettive personalità, la formula del duo, per Andrea Massaria e Domenico Saccente si è rivelata particolarmente adeguata e opportuna.
Il loro nuovo progetto nasce dall’esigenza di unire queste personalità attraverso il suono; personalità entrambe molto forti ed allo stesso tempo estremamente collaborative, aperte e creative.
I due musicisti infatti, all’interno del duo, si esprimono in modo molto libero, utilizzando e combinando diversi linguaggi e tecniche di improvvisazione e creando situazioni musicali sempre diverse e stimolanti.
Molto attenti ad esplorare sonorità originali e moderne anche attraverso l’uso di effetti ed elettronica, si muovono all’insegna della sperimentazione legata alla ricerca di paesaggi sonori sempre nuovi, conducendo il pubblico nel mondo dell’improvvisazione creativa, dell’elettronica e della ricerca e dando vita a performance sempre multiformi e ricche di sorprese.
La fisarmonica immaginifica e stimolante di Domenico Saccente combinata con la sensibilità e la raffinatezza della chitarra di Andrea Massaria, la cura del suono complessivo, la continua ricerca dell’interplay e l’uso non convenzionale degli strumenti suonati sono alcune delle caratteristiche più salienti del duo.
Per essere in grado di riflettere onestamente le proprie emozioni, la propria individualità, il proprio modo di essere e le rispettive personalità, la formula del duo, per Andrea Massaria e Domenico Saccente si è rivelata particolarmente adeguata e opportuna.
Il loro nuovo progetto nasce dall’esigenza di unire queste personalità attraverso il suono; personalità entrambe molto forti ed allo stesso tempo estremamente collaborative, aperte e creative.
I due musicisti infatti, all’interno del duo, si esprimono in modo molto libero, utilizzando e combinando diversi linguaggi e tecniche di improvvisazione e creando situazioni musicali sempre diverse e stimolanti.
Molto attenti ad esplorare sonorità originali e moderne anche attraverso l’uso di effetti ed elettronica, si muovono all’insegna della sperimentazione legata alla ricerca di paesaggi sonori sempre nuovi, conducendo il pubblico nel mondo dell’improvvisazione creativa, dell’elettronica e della ricerca e dando vita a performance sempre multiformi e ricche di sorprese.
La fisarmonica immaginifica e stimolante di Domenico Saccente combinata con la sensibilità e la raffinatezza della chitarra di Andrea Massaria, la cura del suono complessivo, la continua ricerca dell’interplay e l’uso non convenzionale degli strumenti suonati sono alcune delle caratteristiche più salienti del duo.
Ingresso libero
Il collettivo musicale e di visualscape The Whale Project in collaborazione con il collettivo di artisti multimediali IndraSynch sperimentano la fusione di suoni elettronici e acustici con modelli 3D e video proiettati usati come strumento di narrazione.
Il brano fa parte di un’opera più ampia per solisti vocali e danza, ensemble e proiezioni, in cui ci si interroga sulla bellezza dei paesaggi terrestri privi di umanità. Progetto in collaborazione con la Compagnia di danza OMNIA, coreografia di Cora Gasparotti.
Il collettivo musicale e di visualscape The Whale Project in collaborazione con il collettivo di artisti multimediali IndraSynch sperimentano la fusione di suoni elettronici e acustici con modelli 3D e video proiettati usati come strumento di narrazione.
Il brano fa parte di un’opera più ampia per solisti vocali e danza, ensemble e proiezioni, in cui ci si interroga sulla bellezza dei paesaggi terrestri privi di umanità. Progetto in collaborazione con la Compagnia di danza OMNIA, coreografia di Cora Gasparotti.