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Quello che rimane

Teona Strugar Mitevska presenta The Happiest Man in the World
di Marisa Santin
  • venerdì, 2 settembre 2022

Nata a Skopje nel 1974, Teona Strugar Mitevska è una regista e scenografa macedone. Fa il suo debutto nel 2001 con il cortometraggio Veta, Premio speciale della giuria al Berlinale. Il suo lungometraggio God Exists, Her Name Is Petrunya (2019) vince il Prix LUX per il “contributo significativo alla lotta femminista contro le società conservatrici”. In Orizzonti con The Happiest Man in the World, parla di amore, libertà e dolore attraverso la storia di Asja e Zoran.

La devastazione che una guerra lascia dietro di sé provoca cicatrici indelebili nelle persone e nelle cose. Sembra che il film segua questi tre differenti piani di elaborazione del dolore: del singolo individuo (Asja/Zoran), di una comunità (il gruppo di persone di diversa provenienza e diversa età riuniti nell’albergo), di una città (Sarajevo)…
Ben detto. Il film è un trittico di amore-libertà-dolore. I personaggi sono simili a quelli di un affresco, fluttuano su questo triplice sfondo. Libertà di essere, di vivere, di scegliere – non chiediamo altro. Solo chi ha vissuto la perdita di libertà ne conosce il vero significato. Ci si libera dal proprio passato, che nel film è la storia collettiva e il ricordo collettivo di un dolore. Io voglio capire come ci si può liberare dal peso della storia e creare un futuro da questo processo di liberazione e da ciò che consideriamo la nostra memoria storica, dalla trasgressione e dalla generosità del nuovo che avanza, condivide, e scioglie il dolore altrui nella sua storia personale all’interno della comunità.
Io sono cresciuta in Jugoslavia – mia madre è montenegrina, mio padre macedone. Con la dissoluzione della Jugoslavia e la scomparsa di quanto era stato promesso alla mia generazione, la guerra si è portata via tutto. Fare questo film è stato un viaggio personale, un viaggio di comprensione. La Sarajevo postmoderna è il simbolo finale della bellezza di un tempo, una bellezza che appartiene a tutti noi. Alla fine, questo è un film corale, con testimonianze di traumi passati che si fondono in qualcosa di nuovo, una nuova storia e un futuro costruito sulla morte perché in un certo senso la morte è l’inizio di una nuova vita e in questa storia, le testimonianze trascendono la narrazione storico-politica e si eleva a livello delle identità individuali, che a loro volta collegano le loro storie marginalizzate a una ferita, una lotta, uno strappo, una speranza che conoscono bene.

Il modo in cui i personaggi interagiscono fra loro fa pensare ad una coreografia con al centro il ‘passo a due’ di Asja e Zoran. Il ballo solitario di Asja, inoltre, segna una svolta fondamentale nella vicenda. Cosa rappresentano la danza e il teatro per lei e come entrano nel suo film?
Quando ho cominciato a lavorare al film, ho presto capito che organizzare, controllare, e soprattutto sfruttare al meglio quaranta personaggi in una stanza era una sfida importante. Abbiamo provato per sei settimane e poi abbiamo girato. Ho detto agli attori di non cercare l’obiettivo, sarà l’obiettivo a cercare loro, il che significa che tutti recitavano allo stesso momento. Volevo dare un certo senso di urgenza, che era necessario alla storia. Devo anche precisare, però, che non si è trattato di improvvisazione. Tutto era ben definito fin dall’inizio. Come dice Lars von Trier: Husk of sjusk! cioè: siate imperfetti! Ci piace l’imperfezione.

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L’azione si svolge in un albergo dalla forte connotazione architettonica anni ‘80. Perché questa scelta?
La guerra nei Balcani ci ha portato via tutto quanto ci era stato promesso da ragazzi. Oggi quasi tutti hanno una certa nostalgia di quanto avevamo. L’architettura brutalista è parte di questa memoria, io personalmente la adoro, sia esteticamente che emotivamente. Costruire la storia usando questa time capsule è un modo per concretizzare questa nostalgia. Tutti i miei film sono girati in spazi che risalgono a quel periodo. Una persona a me cara mi ha detto: «se qualcuno vuole conoscere la storia dell’architettura brutalista in Macedonia, gli basta guardare i tuoi film». E ovviamente la scelta non è solo estetica, la freddezza del brutalismo si confà alla storia.

Il film è ispirato alla storia personale di Elma, co-sceneggiatrice del film. Come è nata la vostra collaborazione e quali i prossimi progetti insieme?
Elma era stata ferita durante l’assedio di Sarajevo. Dopo la guerra, mentre studiava all’accademia, fu invitata a partecipare a un laboratorio di recitazione ed è stato lì che ha incontrato lui. È stato loro chiesto di parlare della cosa peggiore che sia loro successa e hanno parlato delle loro esperienze, proprio come si vede nel film. I due sono rimasti in contatto nonostante l’esperienza sia stata, in qualche modo, conflittuale.
Otto anni fa, Elma mi disse che voleva fare qualcosa con questa storia, ma cosa? Un film storico? Quelli non li guarda più nessuno. Poi, tre anni fa, sono andata alla mostra del cinema di Sarajevo con mia sorella Labina. Abbiamo alloggiato allo Holiday Inn, quel grande edificio giallo che è stato un luogo molto rilevante durante l’assedio. Eravamo sedute in corridoio e ho raccontato a Labina la storia di Elma, e lei mi ha detto: «Pensa se ambientassimo quella storia qui, e magari darle un che di contemporaneo». Abbiamo chiamato Elma e ne era entusiasta. E così è iniziata la pre-produzione del nostro prossimo film: Mother.

Ci dica tre cose di lei, una delle quali è una bugia…
Detesto volare, mi piace la fluidità, mio figlio si chiama Kaeliok Fonenimum Varka, vado a correre ogni giorno.