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Uno e trino

Vahid Jalilvand firma un thriller sul filo della luce
di Andrea Falco
  • giovedì, 8 settembre 2022

Vahid Jalilvand è una presenza nota a Venezia. I suoi primi due film sono stati qui premiati, e la sua terza opera, Beyond the Wall, è quest’anno in Concorso. Il regista iraniano ce lo presenta: un sofisticato film d’azione che lentamente svela un’ispirazione quasi poetica.

Il film mostra un’interessante e innovativa combinazione di fabula e intreccio. Ci sono esempi simili nella letteratura iraniana? Cosa ha portato a questa sua scelta?
In effetti, l’idea iniziale per questo film viene dalla poesia. Penso che sia bellissimo quando la consistenza, la grana di una poesia si riflette in un film. Quando ho fatto il mio primo lungometraggio, Un mercoledì di maggio, a ispirarmi è stato un poeta iraniano, Firdusi, e il suo poema epico Shāh-Nāmeh. Anche per il mio secondo film, Il dubbio, mi sono lasciato ispirare da un poeta iraniano, Hafez. Per il mio terzo film, quello attuale, è stato un altro antico poeta iraniano, Dehlawi.  Nella sua opera c’è qualcosa che chiamerei follia poetica, è un sentimento, un’aura, non un qualcosa di immediatamente identificabile nel testo. Durante la scrittura di questo film ho cercato di sentire, di fare mia questa follia. Non è qualcosa di visibile, va sentita e colta mentre si guarda il film.

Chi è il protagonista? Ali o Leila?
È molto difficile separare i due. Leila, in un certo senso, è parte dell’esistenza di Ali. Inoltre, il modo in cui Leila e Ali si rapportano va al di là dei normali canoni relazionali, una parte del loro rapporto si trasforma in una componente essenziale del modo in cui il film funziona come storia. Ma dovendo rispondere in breve, questa è la storia di Ali.

BEYOND THE WALL

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Lei ha lavorato nel teatro in passato, e la scenografia di Beyond the Wall sembra ricordarlo. È così?
Può ricordarlo, sì, ma non era mia intenzione farlo. Non era qualcosa di programmato. Posso dire che la mia esperienza nelle produzioni teatrali, più che dare un effetto ‘teatrale’ al film, mi ha fatto capire l’essenza del dramma. Parallelamente, si può dire che la mia esperienza in produzioni radio mi ha aiutato a capire i vari tipi di pubblico. Ecco, in questo credo si possa vedere l’influenza che fare teatro ha sul mio fare cinema. Il punto della scenografia è, molto semplicemente, che deve essere realistica. Possiamo immaginare che una persona cieca non usi molti ornamenti o carta da parati colorata, cose del genere. È importante che sia facile capire che quell’appartamento è proprio la casa di Ali. Queste scelte sono state fatte con in mente la verosimiglianza, che poi è la prima cosa che vediamo, il primo strato del film, e questo strato cattura la nostra attenzione e ci accompagna dentro il film. Ed è lì che troviamo gli elementi più surreali…

È evidente che al Festival di Venezia piace il cinema iraniano. Questo aiuta o ostacola l’industria cinematografica del suo paese?
A dir la verità, dipende dal tema del film, cioè dipende se il film è politico o no. Il fatto che a festival come la Mostra del Cinema di Venezia piaccia il cinema iraniano non è di per sé qualcosa che facilita o ostacola il nostro lavoro. Può succedere una cosa o l’altra, dipende dal contenuto. Un altro punto di vista che ho è che non vedo la presenza di molto cinema iraniano come una particolare propensione della Mostra del Cinema nei nostri confronti, ma più come il risultato dell’impegno di noi filmmakers iraniani, è importante per noi avere una presenza internazionale e confrontarci con i nostri colleghi di tutto il mondo. Quest’anno ci sono stati due film iraniani a Cannes e quattro adesso a Venezia. Mi piace pensare che questo sia un buon risultato dovuto al fatto che abbiamo lavorato bene. Sono contento che i nostri film siano visti in tutto il mondo.