Il cinema italiano tra grazia e gioia

Cine-philo. Sguardi di Nicola Davide Angerame
di Nicola Davide Angerame
  • venerdì, 29 agosto 2025

Il cinema italiano vive quando osa. Lo hanno ben dimostrato al Lido, nel primo giorno, due film complementari, entrambi di registi napoletani: La Grazia di Paolo Sorrentino e La gioia di Nicolangelo Gelormini.

Due titoli che si specchiano l’uno nell’altro attraverso coppie di concetti quali la legge e il desiderio, l’istituzione e il corpo, il dubbio e la colpa. Se in La Grazia Sorrentino mette in scena il potere politico che tanto lo affascina, alle prese con la clemenza e incapace però di salvare se stesso, Gelormini affonda invece nel corpo, nelle sue gioie apparenti e nelle fughe in avanti di un personaggio, il ragazzo prostituto Alessio (una rivelazione quasi “sorrentiniana” quella di Saul Nanni), che è perduto come nel migliore Dostoevskij, anche se flirta con le idee di Kierkegaard sulla seduzione di una Regina Olsen che ha il volto sempre efficace di Valeria Golino.
Mentre Sorrentino costruisce il suo probabile capolavoro come una cerimonia laica, un trattato teologico camuffato da commedia, la pellicola di Gelormini è un rito spezzato in cui la gioia anelata si consuma in colpa. Tra grazie promesse e gioie perdute, il sacro sembra far capolino ma poi scema; ciò che ci attrae è una condanna, destino avaro di illuminazioni che pure non mancano nelle regie attigue (soprattutto per l’uso dirompente della musica) dei due cineasti. Sullo sfondo, la Torino degli ultimi (ma anche della Verità) di Sorrentino corrisponde a quella della cultura timorata di Dio e francofona che accoglie i personaggi di Gelormini.
Guardati insieme, i due film tracciano una mappa del nostro immaginario tra Quirinale e vita di strada, istituzioni ed eros, solennità e abbandoni. Si tratta di cinema che non consola ma interroga, che usa il teatro per dare nerbo e intensità a dialoghi e storie, che domina lo sguardo per dirci che la grazia e la gioia non sono possesso, ma tensioni. Aperture che ci espongono al mistero dell’altro e di noi stessi.

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