I segreti del fiume

Jaume Claret Muxart debutta in Orizzonti con un racconto iniziatico sulle rive del Danubio
di Marisa Santin
  • venerdì, 29 agosto 2025

Jaume Claret Muxart, regista catalano, esplora nei suoi film i legami familiari, la trasmissione delle vocazioni e l’educazione sentimentale. Strange River, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, racconta il viaggio di una famiglia, composta da tre figli dai 7 ai 16 anni, in bicicletta lungo il Danubio. Con pochi dialoghi e con grande delicatezza, il film segue la crescita del figlio maggiore tra incertezze, desideri di emancipazione e paure. Combinando tra loro autobiografia, danza e architettura, Claret Muxart, al suo esordio al lungometraggio, offre al pubblico un racconto poetico sull’adolescenza, la trasformazione e i rapporti sentimentali immersi nella natura.

I suoi film indagano spesso le dinamiche intime della famiglia e i percorsi personali. Quali sono i temi che le stanno più a cuore e quello che ha voluto più di altri affrontare in Strange River?
Uno dei miei interessi principali è il rapporto tra madre/padre e figlio, come una famiglia possa trasmettere una vocazione. Provengo da un contesto familiare ‘artistico’: mio nonno era pittore, mio padre architetto. Ho avuto il privilegio di crescere in questo mondo e di osservare come l’arte e l’educazione si trasmettano di generazione in generazione. In Strange River volevo approfondire l’idea di un’educazione sentimentale, di come l’amore possa passare dai genitori ai figli e viceversa. C’è una scena in cui il protagonista – Didac – dice al padre: «Non mi piacciono i ragazzi, mi piace Gerard». È una frase politica, a mio avviso, perché mostra come le nuove generazioni insegnino ai genitori nuovi modi di vivere.

La natura è molto presente nel film, così come l’architettura.
Per scrivere certe scene ho bisogno di trovarmi nel posto in cui sono ambientate per meglio cercare ispirazione. È stato il caso, ad esempio, della scena ambientata nell’edificio dell’architetto svizzero Max Bill. Mi piace molto la danza e la dimensione coreografica del cinema: quell’edificio mi evocava un balletto. Ho quindi immaginato i due ragazzi correre nel labirinto architettonico dell’edificio come se ballassero. Mi piace pensare che il mio cinema sia più vicino alla danza che alla letteratura, forse per una frustrazione personale derivante dal fatto di non essere un coreografo, chi può dirlo? C’è probabilmente anche una componente autobiografica. Questo film è ispirato ai viaggi che ho fatto in bicicletta con la mia famiglia. Da bambino mio padre ci portava a visitare siti architettonici, mentre noi volevamo solo andare al fiume. Durante le riprese era presente e spiegava agli attori particolari tecnici sulla struttura. Ho voluto partire dalla realtà, da quei viaggi familiari, intrecciandoli poi con la finzione.

In che modo il fiume ha modellato la narrazione e il potenziale emotivo dei personaggi?
Il fiume è altamente simbolico. All’inizio pensavo di mostrarlo dalle sorgenti: piccolo, che cresce proprio come il protagonista. Poi ho voluto che l’evoluzione del fiume rispecchiasse quella del ragazzo: all’inizio in dettagli ravvicinati, poi in campi sempre più larghi. Alla fine appare grande e calmo, anche se proprio dietro quella calma si cela il pericolo. È alquanto significativo per me che il film venga proiettato a Venezia, città d’acqua per eccellenza.

Il film affronta adolescenza, desiderio e trasformazione. Come ha lavorato con i giovani attori su temi così delicati?
Jan Monter, il protagonista, aveva sedici anni durante le riprese. Tra ottocento candidati era evidente che fosse lui il prescelto: incarnava quel passaggio fragile e sospeso tra adolescenza e maturità, con un mistero che mi affascinava. Abbiamo lavorato insieme per quattro mesi, sul set gli ho lasciato molta libertà, incoraggiandolo a inventare e a prendersi le sue responsabilità. Con i genitori e gli altri ragazzi abbiamo costruito uno spirito familiare, trascorrendo weekend insieme. Francesco Wenz di anni ne aveva diciannove, la sua esperienza ha aiutato molto Jan in alcune scene.

Essere selezionati alla Mostra di Venezia è un grande riconoscimento. Come vive questa esperienza e cosa spera che il pubblico internazionale colga da Strange River?
Essere selezionati da Alberto Barbera è stata una sorpresa meravigliosa. Per noi è una celebrazione collettiva: ormai siamo come una famiglia, il riconoscimento appartiene a tutti. Sono curioso di percepire la reazione del pubblico, soprattutto dei giovani studenti di cinema che affollano Venezia. Chi è vicino all’età dei protagonisti può ritrovarsi nelle loro vicende, padri e madri possono riflettere sull’educazione sentimentale dei propri figli. Spero che il pubblico viva il film come un viaggio sensoriale fatto di suoni e di sensazioni legate alla pioggia, al vento, al caldo, alla freschezza del fiume.

 

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