Il cinema di Pupi

L'incanto di Tomaso Pessina dedicato a Pupi Avati e al mitico Cinema Odeon di Milano
di Alberto Marzari
  • venerdì, 5 settembre 2025

Con l’ausilio dell’animazione e di sequenze storiche, Pessina costruisce un omaggio originale alla settima arte, intrecciando la storia del maestro emiliano con quella dello storico cinema milanese, oggi chiuso. Tra ricordi personali e riflessioni sul fascino del grande schermo, L’incanto restituisce l’incanto di chi fa cinema.

Nel documentario L’incanto utilizzi diversi stili di regia (intervista, spezzoni di vecchi film e animazione). Quali le motivazioni di questa scelta?
Lo stile di regia per buona parte non si pianifica a tavolino; è lo stile di un autore, il ‘suo’ stile. La mia maniera di raccontare storie è proprio quella di cambiare le carte in tavola, cercando di usare il tipo di linguaggio più adatto per raccontare una determinata cosa. Alla base di questo lavoro ovviamente c’è la ricerca; non volevo raccontare passivamente una storia attraverso interviste statiche. Inoltre la lunga frequentazione con Twin Studio, la mia società di produzione e agenzia creativa, mi porta ad avere una grande attenzione e rispetto verso i potenziali spettatori. Il trattamento visivo de L’incanto nasce così dall’esigenza di restituire un’esperienza cinematografica immersiva, capace di evocare, con un linguaggio contemporaneo, la potenza emotiva e poetica del cinema di Pupi Avati. Quando ci siamo chiesti come rendere linguisticamente il concetto di “incanto”, la risposta naturale è stata quella di usare l’animazione. Sequenze iconiche del cinema di Avati vengono reinterpretate attraverso la tecnica del Rotoscoping, con illustrazioni originali realizzate dall’artista Elisabetta Bianchi. L’animazione non serve solo a ‘decorare’ l’immagine, ma a creare nuove visioni e nuove strade personali alla meraviglia che quei film ci hanno suggerito.

Nel film, l’intervista a Pupi Avati sembra confidenziale, come se ti trovassi al cospetto di una persona cara piuttosto che a un grande maestro del cinema. Che tipo di rapporto vi lega e quale atmosfera hai voluto restituire nel film?
Con Pupi ho una lunga frequentazione lavorativa, sono stato al suo fianco per quasi 18 anni e da lui ho imparato tutto. Abbiamo anche un rapporto di lontana parentela, uno di quei rapporti che normalmente si perderebbero nelle generazioni. Il nostro rapporto è stato il motore narrativo di questo documentario, oltre allo zio Aldo, la persona che ci accomuna al Cinema Odeon. È così, la sorte del Cinema Odeon è stata lo spunto narrativo per il film. Inoltre Pupi è un affabulatore irresistibile. Per cui unendo la confidenza, la parentela e la sua naturale propensione a raccontare e a raccontarsi si è via via costruito il puzzle finale del film, con tutte le varie interviste.

Qual è il film di Pupi Avati che ti ha segnato di più?
Tanti suoi film hanno un posto speciale nel mio cuore. Ovviamente a partire dai primi in cui ho lavorato, in particolare Fratelli e sorelle e Magnificat, che rappresentato la mia vera scoperta del cinema. Del ‘fare cinema’. Quell’incanto specialissimo che avviene quando il regista urla: «Azione!». E poi ci sono i film più ‘classici’ di Pupi, su tutti Gita scolastica e Storia di ragazzi e ragazze, che ancora oggi, ogni volta che li vedo, mi commuovono e mi emozionano. Inoltre il suo celebre e celebrato gotico padano, su tutti il capolavoro: La casa dalle finestre che ridono. Ancora ricordo quando mio padre lo fece vedere a me e a mia sorella come fosse una cosa segreta. Non ci abbiamo dormito per settimane!

Cosa ha significato per te la chiusura del cinema Odeon? E qual è il tuo più bel ricordo all’interno di quella sala?
La chiusura dell’Odeon è stata un dolore particolare. Quel cinema nei miei ricordi di bambino era un po’ la gloria di famiglia. Quando mia nonna ci portava lì era come se tirasse fuori dalla madia il servizio buono, quello delle feste. Ma essenzialmente, al di là dei miei ricordi, la chiusura di quel cinema scatena, in noi milanesi e non solo, un interrogativo fondamentale: qual è la nostra immagine della città? Cosa vogliamo dalla nostra città? Un altro centro commerciale di lusso?

Qual è stata la tua “notte dei miracoli”, ossia quando hai capito che questo sarebbe diventato il suo lavoro?
Forse ho capito veramente che questo sarebbe stato il mio lavoro, ma soprattutto il mio destino, la prima volta che son stato su un set di Pupi e l’ho visto dirigere. Lì ho capito cosa fosse il mestiere di regista, di cui non sapevo nulla. Lì ho scoperto che era un mestiere misterioso e meraviglioso e che volevo fare mio.

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