In Songs of Forgotten Trees (Orizzonti), la regista e sceneggiatrice indiana Anuparna Roy racconta la nascita di un legame inatteso tra due donne a Mumbai, in una società ancora segnata da schemi patriarcali e memorie persistenti. Dopo l’esordio con Run to the River, Roy conferma la sua sensibilità autoriale con un film intimo e delicato, capace di trasformare gesti quotidiani in poesia visiva.
La canzone che si ascolta all’inizio riappare più volte nel film, quasi come un ritornello. Come è venuta a conoscenza di questa canzone e del detto popolare a essa legato?
Quella canzone mi è davvero molto cara. La prima volta l’ho sentita dalla mia amata amica Naaz Shaikh, l’attrice che nel nostro film ha interpretato Thooya. La conosco da tanto tempo, e quando per la prima volta l’ho sentita canticchiare quella melodia mi ha toccato il cuore anche se non riuscivo a comprenderne le parole. Poi mi ha rivelato che era la canzone di sua madre, ormai scomparsa, che la cantava spesso, e quando le ho chiesto il significato del brano sono rimasta completamente stupita. Stavamo già pianificando e discutendo del film anche quando nulla era ancora deciso, ma la canzone era stata scelta da molto tempo.
Thooya, un’attrice di Mumbai, affitta una stanza del suo appartamento a Swetha, giovane impiegata in una multinazionale. Nonostante le profonde differenze sociali e personali, tra le due donne nasce un legame inatteso e intimo. In una Mumbai frenetica e rumorosa, Thooya e Sw...
Il film segue le vite di due giovani donne a Mumbai. Parla di amicizia, amore, nostalgia, sogni e scelte – tutto insieme. Che cosa voleva trasmettere al pubblico con questa storia?
Rispondere alla domanda su cosa io, come regista, abbia cercato di comunicare è diventato secondario una volta terminato il film, perché cerco sempre con urgenza nuove percezioni da ogni spettatore che esprime un’opinione, piuttosto che racchiuderlo in una mia risposta strutturata. Ma sì, una cosa era stata decisa fin dall’inizio: volevo rappresentare una relazione platonica tra due donne all’interno di una società patriarcale costruita da uomini, il distacco delle donne dal sesso e, ovviamente, la complessità e il peso dei ricordi. È una bellissima storia d’amore che ho sempre desiderato esplorare come scrittore.

Ho trovato la rappresentazione della relazione tra le due donne molto delicata. Qual è, secondo lei, la chiave per rappresentare intimità e complicità sullo schermo?
Ciò che ho cercato di catturare riguarda meno i grandi gesti e più i momenti sottili e autentici. Questo era il mio intento. La sceneggiatura lasciava spazio al silenzio, ai pensieri interrotti o alle azioni che suggeriscono più di quanto venga detto. Così ho evitato qualcosa di troppo diretto per rappresentare la loro intimità, preferendo piuttosto creare un’atmosfera in cui entrambe si aprono gradualmente ai propri sentimenti.
Che relazione lega Songs of Forgotten Trees ai suoi lavori precedenti?
Sicuramente il mio primo film, Run to the River, è molto diverso da Songs of Forgotten Trees, praticamente sotto ogni aspetto, tranne uno: il legame personale con la storia. Run to the River è dedicato a mia nonna, che non vide mai un fiume, perché non le era permesso oltrepassare i confini del villaggio; ma quando morì, il suo corpo venne portato lì per il funerale. L’idea principale nacque da lei; naturalmente l’ho romanzata e trasformata in un dramma in costume. Ma il filo conduttore era il ritratto personale di una donna e del suo sogno. Lo stesso vale per Songs of Forgotten Trees: alcuni elementi sono tratti e ispirati dalla mia vita personale – i personaggi femminili che compaiono nel film sono tutte donne che ho incontrato, che ho visto intorno a me; le ho conosciute… le ho sentite. L’aspetto legato a Jhuma Nath, così come la relazione di Thooya con suo padre, fanno parte di questo intreccio, che nasce da ciò che abbiamo visto o provato. Perciò, il legame personale è il filo comune che unisce entrambi i miei film.