Con Milk Teeth, presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 82, il regista rumeno Mihai Mincan torna al Lido dopo l’esordio con Spre nord (2022). Ambientato nella Romania degli ultimi anni del regime di Ceaușescu, il film racconta attraverso lo sguardo di una bambina la scomparsa misteriosa della sorella maggiore, trasformando memoria e trauma in una toccante visione sulla transizione dal comunismo a una fragile speranza di futuro.
La storia nasce da un sogno: una bambina con l’orecchio appoggiato a un muro di cemento. Come ha trasformato questo sogno in una storia per il film?
Non si trattava esattamente di un sogno, quanto piuttosto di un’immagine che ho avuto dopo aver letto di una bambina scomparsa nel 1989. Quello è stato uno dei punti di partenza, ma il film è nato in modi diversi e in momenti differenti: un fascicolo della polizia, una serie di ricordi, inclusi i miei di quel periodo. L’immagine della bambina con l’orecchio appoggiato al muro ha un doppio significato. Da un lato richiama la mia infanzia: il mio migliore amico ed io vivevamo in appartamenti adiacenti in un palazzo di cemento a Bucarest e comunicavamo attraverso il muro. Avevamo un piccolo codice per organizzare eventuali incontri all’esterno e giocare insieme. Da un altro lato, l’immagine ha un peso metaforico. Sapevo di voler scrivere un film su una bambina sola – desiderosa di comunicare, di capire – ma che incontrava solo il silenzio del mondo intorno a lei, una sorta di terrore muto che le premeva addosso. Da lì ogni piccolo dettaglio ha cominciato lentamente a trovare posto finché la sceneggiatura ha preso forma.

Il film trasmette un senso molto particolare di silenzio e di confinamento. Come ha lavorato su suono, immagini e recitazione per creare questo mondo?
Volevamo ricreare il mondo della mia infanzia: un mondo di suoni molto soffusi, di un silenzio che faceva paura. Non era la quiete serena di una baita in montagna, dove senti il vento tra gli alberi e pensi: «Ah, la natura è così bella». Era un silenzio modellato da un sistema oppressivo, da una società in cui le persone non potevano parlare apertamente. Un silenzio più oscuro della semplice assenza di suono. Ho cercato di catturare la prospettiva di un bambino, che non è ampia o onnipresente come spesso si immagina. Con scarso accesso alle informazioni, il mondo di un bambino tende a restringersi, diventando quasi una scatola in cui è costretto a vivere. Per restituire questo, mi sono affidato a due strumenti: il silenzio opprimente del paesaggio sonoro e un linguaggio visivo di costrizione – inquadrature bloccate, spazi claustrofobici. Anche la recitazione della bambina incarna questa immobilità. Fin dall’inizio sapevo che l’attrice doveva trasmettere una fissità naturale, richiamando quei momenti in cui i genitori spesso dicevano: “Resta lì, non muoverti.” Gran parte dell’azione si sviluppa attraverso il suo ascoltare e osservare da lontano. La maggior parte di ciò che si vede nel film proviene da ciò che percepisce attraverso i muri: voci lontane e frammenti di parole che cerca di ricomporre dando vita a una realtà frammentata.
Nella Romania crepuscolare del regime di Ceaușescu, la piccola Maria, otto anni, è l’unica testimone della misteriosa scomparsa della sorella maggiore. Mentre gli adulti si rifugiano nel silenzio, sarà lei a cercare la verità, guidata dalla forza dell’amicizia e dal po...
Cosa l’ha portata a scegliere proprio la prospettiva di un bambino per raccontare quel momento storico?
Ho scelto l’infanzia perché mi sembrava il modo più potente per raccontare una storia su un sistema repressivo. Ho visto innumerevoli film su adulti alle prese con le loro difficoltà, ma c’è qualcosa di puro, ingenuo e impotente nel modo in cui un bambino percepisce il mondo. Quando avvenne la rivoluzione, ricordo i miei genitori, felici, che si baciavano e dicevano: “Sta per cominciare una nuova vita!” Tutti gli adulti intorno a me condividevano quella sensazione che stesse accadendo qualcosa di straordinario. Ma nel giro di sei mesi divenne chiaro che nulla sarebbe davvero cambiato. Per molti aspetti, quello che seguì fu peggiore del comunismo. I primi dieci anni della democrazia rumena furono segnati da povertà e disperazione; a volte sembrava la fine del mondo. Ecco perché ho scelto la prospettiva di un bambino: mi sembrava il modo più autentico per raccontare quel periodo.
Per quale ragione l’ha scelta e come si è trovato a lavorare con la giovane attrice che interpreta Maria?
Ho visto probabilmente cento bambini per il ruolo principale. Ci è voluto molto tempo. Ho scelto Emma Ioana Mogos, non solo per come guardava nella macchina da presa o per come si muoveva, ma perché era emotivamente presente. Cercavo una bambina che potesse comprendere la solitudine e cosa significhi affrontare la morte, la perdita di una persona cara che non rivedrai mai più. Emma conosceva quei sentimenti. Fin dall’inizio, le nostre conversazioni andavano ben oltre ciò che ci si aspetta da un bambino. Non parlavamo di fiori o vestiti, ma del fatto di essere indotti a piangere, sentendosi soli, inascoltati o impotenti. Fin da subito, mi è sembrata perfetta. Lavorare con lei è stato incredibilmente facile. È intelligente, intuitiva, e tutto ciò di cui aveva bisogno erano indicazioni semplici. Le ho dato libertà all’interno della scena, lasciando che la macchina da presa la seguisse e permettendo agli altri attori di reagire a lei. È stata una delle migliori esperienze di lavoro che abbia mai vissuto. È una grande bambina.

Il film trasmette un’atmosfera molto specifica della Romania tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Come avete lavorato su location e scenografia per ricreare quel periodo?
È stato un po’ complicato. La Romania di oggi si può riassumere in una parola: caos. Sembra un paese privo di qualsiasi logica. Dopo gli anni ’90 la Romania sembrava un paesaggio dadaista – Bucarest, una città dadaista. Grandi palazzi accanto a edifici aziendali, accanto a belle vecchie case. L’esito era quasi schizofrenico. Trovare location che riflettessero l’atmosfera di quegli anni è stato difficile. Alla fine le abbiamo trovate a circa 400 km da Bucarest, in province povere e post-industriali. Una città, un tempo dipendente dalle miniere, era caduta in una povertà crudele dopo la chiusura di queste miniere e i suoi esterni corrispondevano a ciò che cercavamo. Da lì abbiamo lavorato con cura sugli interni, ricostruendo quel mondo nel modo migliore possibile. Ma non abbiamo mai voluto fare un documentario, né un film “sul comunismo”. Piuttosto, il comunismo – o, più precisamente, il socialismo – è presente come forza invisibile sullo sfondo, qualcosa che si percepisce lungo tutto il film. Non è mai esplicito, ma fluttua, sempre presente. Abbiamo lavorato duramente per catturare quell’atmosfera e alla fine penso che ci siamo riusciti.