Film di apertura della sezione Orizzonti, Mother di Teona Strugar Mitevska ripercorre un episodio poco noto della vita di Madre Teresa, restituendo l’immagine di una donna complessa, determinata e profondamente umana. In questa intervista, la regista macedone riflette sulla costruzione del personaggio, sui contrasti di Calcutta nel 1948 e sulla collaborazione con Noomi Rapace e Sylvia Hoeks, protagoniste di un’opera che intreccia storia, fede e questioni contemporanee di genere e potere.
Mother racconta un episodio poco noto della vita di Madre Teresa. Cosa l’ha portata a concentrarsi proprio su questo momento particolare della sua esistenza?
Sono i dettagli a rivelare o a costruire un personaggio; sono i momenti a fare una vita. Per me era chiaro fin dall’inizio che girare un film su una figura storica significasse scegliere un momento cruciale che definisce chi è e come cambia nel tempo. Non troppo lontano dalla tetralogia di Sokurov – Taurus, Moloch, Il sole e Faust. Mother è la quinta edizione – sto scherzando!!!
Ma la mia ricerca va oltre: volevo fare un film su una persona come te e me, non su una santa. La donna dietro il mito. Quindici anni fa realizzai una serie documentaria, Teresa and I. Fu allora che scoprii la ricchezza e la complessità del personaggio di Madre Teresa, così diverso da ciò che vediamo e sentiamo nei media mainstream. Mi innamorai della sua forza di carattere, della sua determinazione, della sua ambizione. Ed è questo che credevo il mondo avesse bisogno di scoprire e conoscere. Da lì in poi si trattava di trovare il formato giusto per la storia, un formato che potesse includere tutte le idee per me fondamentali: femminilità, sorellanza, colonizzazione, sfruttamento capitalistico…

Il film affronta temi come la fede, la compassione e le scelte morali in un contesto storico molto preciso. Come ha lavorato per rendere la complessità interiore della protagonista e allo stesso tempo l’atmosfera di Calcutta nel 1948?
I due mondi raccontati nel film sono agli antipodi, il contrasto è netto e doloroso: il caos delle strade di Kolkata contro la serenità del convento di Loreto a Entally; luce contro oscurità, silenzio contro rumore assordante, sicurezza e abbondanza contro morte e povertà. Il contesto storico era caratterizzato da grandi cambiamenti: la fine del dominio coloniale britannico, la spartizione dell’India e le conseguenze ancora vive della carestia bengalese. Madre Teresa, allora giovane donna, fu testimone di tutto ciò. Le regole erano chiare: avrebbe dovuto restare racchiusa nel suo paradiso artificiale del convento di Loreto, una condizione che non riusciva più a sopportare. L’uso attento e calibrato di questo contrasto, unitamente alla cornice temporale di sette giorni, ha contribuito a intensificare la vita interiore di Mother. Attraverso la narrazione in flusso di coscienza, lo spettatore può vedere il mondo attraverso i suoi occhi, entrando in contatto diretto e vivido con un personaggio di un’altra epoca.
Ambientato a Calcutta nel 1948, Mother segue sette giorni decisivi nella vita di Madre Teresa (Noomi Rapace) prima di fondare le Missionarie della Carità. Quando finalmente riceve l’autorizzazione del Vaticano a lasciare il convento di St. Mary’s per avviare la s...
Nei suoi film spesso racconta storie di donne che sfidano le convenzioni e i ruoli prestabiliti. Vede un filo conduttore che collega Mother a titoli come Dio è donna e si chiama Petrunya o The Happiest Man in the World?
È vero, tutte le mie protagoniste femminili fanno proprio questo, e anche Mother, la più audace di tutte. Era una CEO, un generale d’armata, una ribelle e una Robin Hood. Non vedo il suo carattere così distante da chi sono io, una donna di oggi. La sfida era proprio quella: incorporare questo aspetto contemporaneo nel personaggio di Mother. La sua storia si svolge quasi un secolo fa, eppure lei non è diversa da te o da me. È la prova che le donne hanno sempre combattuto e si sono ribellate, allora come oggi. Portando questi personaggi sul grande schermo, rivendico il nostro diritto a essere: imperfette, bellissime e libere. Paragonerei il processo di costruzione di questo film all’intrecciare un labirinto: riguarda tanto la costruzione della storia quanto il rapporto tra noi sceneggiatori (Goce Smilevski e Elma Tataragić) e il mio desiderio di affrontare i punti che ci stanno a cuore. Il film solleva e problematizza questioni intellettuali serie e urgenti: potere, ambizione, ruoli di genere. Fin dall’inizio era fondamentale proporre un personaggio storico femminile senza cadere nella trappola delle solite nozioni romantiche della donna o madre perfetta, ma mostrando invece un’entità complessa e sfaccettata.

Nei suoi film i luoghi sembrano avere la stessa importanza dei personaggi. Pensando a Calcutta in Mother, o a Skopje e Sarajevo nei suoi lavori precedenti, cosa significa per lei “filmare un luogo” e in che modo questo influenza il racconto?
Filmare un luogo significa raccontare una storia, ed è uno dei momenti più belli del mio lavoro di regista. Mi è capitato di cambiare intere scene a causa di una location. Ma per Mother è stato diverso: diverso da tutto quello che avevo fatto prima. Stavo girando in una terra nuova, dentro una cultura che conoscevo appena. Ad esempio, il loro concetto di “adesso”, la loro percezione del tempo è completamente diversa dalla nostra. È facile, da occidentale, cercare di imporre le proprie idee, presentarsi come superiore – in fondo il colonialismo si è fondato proprio su questo. Ho dovuto fare un grande sforzo per mettere da parte i miei preconcetti, per iniziare a vedere e ad ascoltare come fanno loro, per imparare. Solo allora ho iniziato davvero a filmare il luogo. E naturalmente rivedere tutti i film di Satyajit Ray non mi ha fatto per niente male: è stata una vera lezione di umiltà.
Questo è il suo primo film in inglese e con un cast internazionale guidato da Noomi Rapace e Sylvia Hoeks. Come ha vissuto questa esperienza rispetto ai suoi lavori precedenti?
Ho sempre desiderato girare un film in una lingua diversa dalla mia e ho preparato a lungo questo momento e questo progetto. Si tratta di avere la sicurezza di sentirsi pronti. Ora che ho fatto il salto, mi chiedo perché non l’abbia fatto prima. È straordinario lavorare con attrici della statura di Noomi e Sylvia. Con Noomi abbiamo preparato il personaggio di Mother per un anno e mezzo: il duro lavoro era l’unica strada. Non si trattava tanto di provare, quanto di lavorare sull’incarnare davvero il personaggio. Dal punto di vista della regia, è stato impressionante vivere la sua trasformazione completa. Non dimenticherò mai il momento della rivelazione: mi chiamò con una voce tremante, immersa in una fragilità che non avevo mai percepito prima. Aveva paura. È proprio allora che capii che era arrivata: aveva incarnato pienamente il personaggio, persino la paura più profonda. Trovare la fragilità dentro la forza del personaggio di Mother fu l’ultimo passo. Ancora oggi il mio corpo trema quando ricordo quell’istante esatto. È stato bellissimo. Fu in quel momento che capii che eravamo arrivati a un punto di convergenza tra tre percorsi di vita: quello di Noomi, il mio e quello di Mother. Eravamo una cosa sola. Sylvia arrivò un po’ più tardi. Cercavo qualcuno che potesse essere l’opposto di Noomi, sia fisicamente che emotivamente. Nella mia mente continuava a tornare l’immagine di un salice piangente. Quando incontrai Sylvia, sentii immediatamente che era lei: lei il dolore, Noomi la forza dell’Uno.