Con Un anno di scuola, in concorso per Orizzonti. Laura Samani porta il romanzo di Gianni Stuparich nella Trieste del 2007, seguendo Fred (Stella Wendick), adolescente svedese il cui arrivo sconvolge l’equilibrio di una classe tutta maschile. Tra amicizia, desiderio e ricerca di accettazione, la regista indaga le tensioni tra appartenenza e individualità, attingendo anche alla propria esperienza formativa.
Il film nasce da un’esperienza. In che modo il suo vissuto personale ha guidato il tono emotivo e stilistico del film e come ha lavorato per restituire quella tensione tra desideri di appartenenza ed espressione individuale?
È vero, si tratta di un’esperienza autobiografica, ma non nella sua forma più letterale. Io frequentavo una classe mista, avevo amiche femmine, ma ero l’unica ammessa in un trio di maschi. In questo senso mi sentivo fortunata: era una sorta di privilegio, anche se comportava una posizione complessa e talvolta sconveniente. Per questo lo definisco un potere un po’ ‘sbilenco’. Eravamo una vera e propria gang: giravamo sempre insieme, parlavamo lo stesso linguaggio e a un certo punto abbiamo finito per assomigliarci scambiandoci anche i vestiti. E, ovviamente, ero io che dovevo tendere a quelli maschili. Mi sono molto ritrovata nel romanzo di Giani Stuparich, Un anno di scuola, che avevo letto proprio durante l’ultimo anno di liceo e che tra l’altro è ambientato proprio nella mia stessa scuola, il Liceo Dante di Trieste.
Come ha unito i punti della storia – libro ed esperienza personale – arrivando al film?
Durante il lockdown, negli otto mesi di pausa dalle riprese di Piccolo corpo – iniziate a metà febbraio 2020 e interrotte dopo dieci giorni – mi trovavo nella mia casa d’infanzia, con a disposizione solo i libri del liceo. Ho deciso di rileggere quel romanzo: è stato il destino, credo che le cose non accadano mai per caso. Prima ancora di finire Piccolo corpo ho pensato: «Voglio mettere in scena questa storia». L’ho sentita mia, non solo a livello personale ma anche etico e filosofico. Per me i film sono pretesti: non immagino mai il risultato finale, cerco solo di tradurre in azioni ciò che mi abita in quel momento. Rileggendo, mi sono detta: «Devo raccontare cosa significa essere una ragazza sola tra maschi». E il linguaggio che conosco per farlo è il cinema.

Cosa ha significato questa esperienza per lei?
Per stare con loro mi sono dovuta trasformare, non essere “la femmina del gruppo di maschi”. Devi fare le battute più volgari, alzare l’asticella, perché solo a quel punto smettono di rivolgerle contro di te. Ti costruisci una corazza pesante che, però, a volte può rompersi fragorosamente e schiacciarti. Non parlo di genere o di identità sessuale, ma di te stessa come individuo. È un’età in cui tutto è informe e per dare una forma alle cose devi smussare, mascherarti un po’. Il problema è l’accettazione: è stato come dire: «Non me lo metto il vestito, perché se lo faccio sono “la femmina”. Mi metto i pantaloni, mi vesto come i maschi».
Perché ha scelto di ambientare la vicenda in uno spazio circoscritto come la classe?
La classe è una piccola comunità all’interno di un piccolo mondo, la scuola. Altro elemento importante è l’essere all’ultimo anno di scuola superiore: è l’ultimo anno in cui hai dei nemici funzionali, cioè gli adulti, quindi genitori, professori, il ‘fuori’ stesso ti è nemico. Nel giro di nove mesi – la durata di quell’ultimo anno scolastico – diventi un adulto.
Trieste, settembre 2007. Fred (Stella Wendick), diciassettenne svedese esuberante e coraggiosa, arriva in città per il suo ultimo anno di scuola in un istituto tecnico. Unica ragazza in una classe di soli maschi, calamita subito l’attenzione, soprattutto di tre amici insepa...
Come ha lavorato con gli attori protagonisti?
Pietro Giustolisi, che interpreta Pasini, è il più grande, ha 26 anni, tuttavia non c’è stato uno scarto, non c’è forzatura mnemonica emotiva. Il ragazzo che interpreta Mitis, cioè Samuel Volturno, si è diplomato adesso. Il terzo è Giacomo Covi, nel ruolo di Antero. Abbiamo fatto un casting molto attento e al contempo molto diffuso, siamo andati in tutte le scuole superiori del Friuli Venezia Giulia. I tre ragazzi non hanno esperienze precedenti, solo Stella Wendick (Fred) ha frequentato una scuola superiore con indirizzo artistico di recitazione a Stoccolma. Loro quattro sono stati scelti sulla base di un’aura. Sono simili alle persone che interpretano, ma al contempo si sono definiti nel processo di conoscenza dei personaggi e della storia, non hanno letto la sceneggiatura fino ad una fase molto avanzata del lavoro. Quindi c’è stato un conoscersi, parlare, bere tanti caffè insieme, bere tante birre e un po’ alla volta si è creata la gang. Abbiamo lavorato prima con i tre ragazzi, creato il gruppetto e poi aggiunto lei, quando le dinamiche di lavoro erano già avviate e riproducevano il rapporto che volevamo.

Un anno di scuola nasce dal romanzo di Giani Stuparich, ma il suo film ne trasporta la vicenda nella Trieste del 2007. In che modo ha lavorato con Elisa Dondi all’adattamento? Quali elementi del testo originale ha scelto di mantenere, trasformare o reinventare per renderlo vicino alla sensibilità di oggi?
Il primo motivo per cui ho voluto avvicinare temporalmente la storia è un motivo di puro egoismo. Dopo Piccolo corpo non volevo girare un altro film con carrozze, cavalli e gonne lunghe. Ci ritornerò, forse, ma non subito. Una delle ipotesi era quella di ambientare la storia nel 2024. Tuttavia, sicuramente influenzata dall’imprinting legato a quando avevo letto il romanzo breve, ho deciso di ambientare il film proprio nel 2007-2008, anno in cui mi sono diplomata. Quello che vedevo quando leggevo il romanzo di Stuparich erano i jeans a vita bassa e i cellulari che non avevano ancora la fotocamera. Poi, più coscientemente, ho realizzato che il 2007 poteva avere una forza reale: la Slovenia in quell’anno è entrata nello spazio Schengen e per Trieste, città di transfrontalieri, il cambiamento è stato significativo. C’era questa idea radiosa di “Europa unita”. Il 2007 è stato inoltre l’ultimo anno prima dell’arrivo in Italia di Facebook; essere diciottenni e diciannovenni in quell’anno era di fatto diverso da tutto quello a cui siamo abituati adesso. Con Elisa Dondi condividiamo un immaginario, il lavoro è stato molto faticoso, perché Un anno di scuola è un romanzo perfetto. Nonostante sia del Novecento, è ancora ottocentesco nelle sue caratteristiche, c’è moltissima interiorità, moltissima introspezione dei personaggi e ci sono salti narrativi in molti punti. Il nostro compito è stato creare dei ponti. Siamo state molto fedeli al sentimento e alle dinamiche interpersonali con però una gigantesca differenza, una premessa che nel racconto è diversa. All’inizio del romanzo breve c’è una frase che dice che Antero, Pasini e Mitis si erano appartenuti fino al giorno prima e che l’arrivo di Edda (nel romanzo), li fa allontanare. Io invece ho pensato: «No, il film è qui». La grande differenza è stata quella di descrivere tre personaggi che per un anno hanno tentato di essere quattro, con tutte le dinamiche interpersonali che questo comporta. Nel romanzo, infatti, si separano subito e ognuno di loro ha un rapporto personale e a tratti segreto con la ragazza. Alla fine nessun adattamento è puro. Ora la storia non è più dello scrittore, né del regista: è di chi la legge, di chi la vede e di chi la vive.
Trieste non è solo un’ambientazione, ma una presenza narrativa che dialoga con i personaggi.
Sono triestina e quindi avevo uno sguardo condizionato sulla città, che negli ultimi anni ha subito un’impennata di cambiamento dal punto di vista dell’immagine urbanistica. Nel cercare luoghi nella mia memoria che potessero restituire quello che ricordavo, ho trovato la location giusta, perfetta e funzionale per il racconto.