Premio Nobel 1957, pubblica nel 1942 il racconto Lo Straniero, uno dei testi più letti, studiati e analizzati nel secolo scorso. Breve la vicenda: il protagonista Meursault è un modesto impiegato ad Algeri, allora colonia francese. Sembra vivere giorno per giorno, stessi gesti, stessi incontri. Odia la domenica, perché c’è troppo tempo libero, che trascorre seduto alla finestra a guardare la vita sottostante. Sembra apatico, indifferente a tutto: alla morte della madre, al rapporto con Marie e perfino all’omicidio compiuto sotto un sole infuocato, mentre «il sudore accumulato nelle mie sopracciglia cadeva sulle palpebre e le copriva con un velo caldo e grosso». Pochissimi i discorsi indiretti. Il protagonista sembra privo di spessore, eppure sincero fino in fondo nel negare valore al matrimonio e a Dio e nel rifiutare ogni pentimento per un atto compiuto quasi per caso.
Algeri, 1938. Meursault (Benjamin Voisin), un impiegato pacato e distaccato, partecipa al funerale della madre senza mostrare emozione. Il giorno dopo inizia una relazione con Marie (Rebecca Marder), una collega, e torna alla sua routine quotidian...
Il racconto si inserisce nel grande dibattito dell’esistenzialismo, in cui Kierkegaard e, più ancora, il Kafka de Il Castello appaiono più vicini a Camus di quanto non lo fosse Sartre. Nella serenità quotidiana del protagonista ritroviamo la riflessione su Il mito di Sisifo, anch’esso del 1942, testo che costituisce il riferimento teorico de Lo Straniero, in particolare il capitolo dedicato alla “libertà assurda”: «Se fossi albero tra gli alberi… questa vita avrebbe un senso, o meglio il problema non si porrebbe, perché farei parte del mondo… ma l’uomo… l’inferno del presente è finalmente il suo regno».
Accettare la vita nella sua dimensione anche ridicola è l’unico modo per arrivare ad una semplice felicità. Sisifo alla fine può ancora essere felice (curiosamente in occasione dell’appena trascorsa Biennale Danza, il Nuovo Balletto di Toscana gli ha dedicato una pièce tra le migliori della stagione).
«[…] mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora».