1816, l’anno senza estate, l’anno della povertà, dell’eruzione del vulcano Tambora che portò pioggia incessante, freddo e distruzione di raccolti. L’Europa, già impoverita dalle guerre napoleoniche, vide minacciata la propria sopravvivenza (La zattera della Medusa di Géricault può ben essere assunta a simbolo di quell’orribile stagione). Nello stesso anno, a Villa Diodati in Svizzera, la diciannovenne Mary Shelley inizia a concepire il suo Frankenstein o il moderno Prometeo, che verrà dato alle stampe due anni dopo. Il contesto culturale è segnato, da una parte, dal Romanticismo, con la sua esaltazione dell’eroe che sfida le regole e tende verso l’Assoluto e, dall’altra, dallo sviluppo scientifico. Di ispirazione per la giovane scrittrice è in particolare il galvanismo di Erasmus Darwin, che ipotizzava la possibilità di ricomporre e ridare vita a un corpo morto. Lontano da tutti i film che abbiamo visto sinora su Frankenstein, il nostro racconto inizia con Robert Walton, gentiluomo inglese deciso ad affrontare una spedizione al Polo Nord per trovare una nuova rotta marittima.
In un mondo attraversato da luce e tenebra, un uomo sfida la natura per dare vita all’innaturale. La Creatura nasce, e con essa, una tragedia.
Guillermo del Toro reinterpreta il capolavoro di Mary Shelley con la grazia tragica di una parab...
Bloccato dai ghiacci, scorge in lontananza una slitta guidata da uomo mostruoso. Il giorno successivo una seconda slitta porta un uomo sofferente: è Victor Frankenstein, che viene soccorso e inizia a narrare la propria vicenda. Nel corso dei suoi studi di filosofia naturale e medicina, Frankenstein era riuscito a riportare in vita una creatura assemblando pezzi di cadavere, tuttavia non fu mai capace di amarla: troppo sgraziata e deforme, la lasciò fuggire, abbandonandola al proprio destino. Ovunque tenti rifugio, essa è cacciata e derisa. Quando implora il suo creatore di ‘costruirgli’ una compagna, la richiesta gli viene negata, scatenando la sua furia vendicativa contro tutte le persone care a Frankenstein. Il dottore insegue il mostro fino al Polo, deciso a porre fine alla catena di tragedie, ma muore per ipotermia. Walton si sente allora in obbligo di portare a termine l’impresa. La creatura, intanto, raggiunge la nave e si china piangendo sulla tomba del proprio creatore. Poi si dà fuoco per impedire che il suo corpo diventi oggetto di studio o esperimenti.
Nell’introduzione dell’autrice all’edizione del 1831 appare questa citazione dal Paradise Lost di Milton: «Ti ho forse chiesto io, Creatore, di farmi uomo dall’argilla? Ti ho forse chiesto io di trarmi fuori dall’oscurità?». mentre il sottotitolo, Moderno Prometeo, fa riferimento alle Metamorfosi di Ovidio, dove il titano, liberato, plasma gli uomini con la cera. Non posso dire di provare simpatia, ma certo comprensione, sì, per quella figura a cui Mary Shelley si rivolge.