È inutile tentare una sinossi tradizionale di Fin de Partie (Finale di partita, 1957) di Samuel Beckett: la trama è esile e i dialoghi tra i personaggi non aiutano. Già in Aspettando Godot, scritto alla fine degli anni ‘40, Beckett aveva compiuto una radicale demolizione del dramma basato sulla conversazione ottocentesca. In Finale di partita i dialoghi si riducono a un confronto «fine a se stesso e privato della sua funzione significante».
In un bunker parzialmente sotterraneo – forse evocazione della guerra atomica e delle distruzioni dell’ultima guerra mondiale – si fronteggiano Hamm, cieco e su una sedia a rotelle, Clov, suo figlio che non può mai sedersi né stare fermo e, rinchiusi in due bidoni della spazzatura, i genitori di Hamm: Nell e Nagg. Dalle finestre raggiungibili a fatica e dai pochi accenni di dialogo si comprende che fuori il mondo è in dissoluzione: non c’è natura, né mare, né terra, e tutti gli altri esseri sono scomparsi, eccetto un topo che riemerge da un anfratto in cucina e che va subito ucciso «perché da lì l’umanità potrebbe ricostituirsi». Come nelle opere precedenti, la narrazione procede senza la pretesa di giungere a un finale, che infatti non arriva.
A partire da Fin de Partie, di cui rovescia le iniziali, Moguillansky apre un gioco di specchi e rimandi, dando vita a una variazione caleidoscopica della celebre pièce beckettiana. Una bambina e un cieco osservano un lago senza confini....
Adorno offrirà un’interpretazione strettamente legata alla perdita di significato del linguaggio dopo una guerra che ha distrutto tutto: «Dopo che sono accadute cose a cui in verità non possono sopravvivere nemmeno i sopravvissuti». Eppure, ad una lettura attenta, non sfuggono i delicati riferimenti letterari e filosofici: citazioni bibliche in aramaico dal libro di Daniele (mane, tekel, fares), Platone e il mito della caverna, il paradosso di Zenone sull’impossibilità del moto e, forse, anche il Deuteronomio sulla morte di Mosè. Non mancano numerosi riferimenti metateatrali, come l’esclamazione finale di Clov commentando la sua apparente partenza: «È quel che si dice uscire di scena».
Forse un poco blasfema l’interpretazione che individua il significato ultimo dell’opera nel racconto di Nagg sul viaggiatore inglese che chiede a un sarto di confezionare un paio di pantaloni. Ma alle prove questi non sono mai perfetti se non dopo sei mesi.
Il gentiluomo inglese recrimina: «Ma Dio ha fatto il mondo in sei giorni e lei sei mesi per un paio di pantaloni». La risposta del sarto: «Ma Milord! Guardi il mondo (gesto di disprezzo e disgusto)… e guardi (gesto amorevole) i miei pantaloni!».