Dal cinema pionieristico di Alice Guy-Blaché alle icone contemporanee, Sofia Coppola e Kathryn Bigelow incarnano due declinazioni opposte del female gaze. Alla 82. Mostra, autrici di generazioni e sensibilità diverse confrontano introspezione, empatia e fluidità stilistica con la tradizione del male gaze, ampliando le possibilità narrative del cinema odierno.
Tra scopofilia e voyeurismo, il male gaze è ampiamente e giustamente messo in discussione nella sua vocazione dominante e violenta. Da Sartre in poi, lo sguardo maschile è ritenuto responsabile dell’oggettivazione del corpo – primariamente femminile – nonché di assoggettamento, passivizzazione e gerarchizzazione. Il female gaze invece, ancora minoritario nelle arti come nel cinema, da De Lauretis a Irigaray, cerca di costituirsi non come antagonista del maschile, ma come nuovo soggetto, portatore di istanze diverse, più libere e fluide, meno ossessionate dal controllo, tanto nelle intenzioni che nelle forme. Da Alice Guy-Blaché, prima donna a dirigere fin dai tempi del muto uno studio di produzione, nonché regista con al centro le donne, a Ida Lupino, che negli anni ‘50 ha affrontato temi considerati tabù, fino ad Agnès Varda, vera e propria icona del cinema universale, e Chantal Akerman. Quest’anno due interpreti opposte del female gaze si fronteggiano simbolicamente al Lido e portano la sfida a un secondo livello, più globale: Kathryn Bigelow, in Concorso con House of Dynamite e Sofia Coppola, Fuori Concorso con Marc by Sofia.
Dopo otto anni di silenzio cinematografico, la regista premio Oscar per The Hurt Locker torna in Concorso a Venezia con un thriller teso e lucido che intreccia geopolitica, tensione militare e dilemmi morali. Quando un missile nucleare colpisce il suolo americano senz...
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A far loro compagnia, altre 25 autrici sparse nelle sezioni principali e collaterali di questa 82. Mostra, ancora solo un quarto rispetto ai loro colleghi uomini. Se Bigelow si può considerare di fatto interprete femminile del male gaze, con il suo cinema ancorato a generi e alle forme tradizionalmente di dominio maschile (action, war movie), Coppola al contrario è alfiera di uno sguardo orgogliosamente fluido ed empatico, più allineato al femminile irigarayano. Una contesa ideale e simbolica si apre quindi qui a Venezia e non può che essere “transezionale”. Nel Concorso principale sono 6 le autrici su 21 complessivi, oltre a Bigelow. Tra esse, per sensibilità e tensione avviciniamo al “team Coppola” per introspezione e fluidità espressiva Enyedi, Fastvold e Qi, mentre più ibride le posizioni di Ben Hania (più politica e critica) e Donzelli (più vicina ai generi).
Fuori Concorso, dove le registe, compresa Coppola, sono 5 su 15, si prefigurano più sensibili e liberi gli sguardi della britannica Jackman e di Martel, mentre di approccio più diretto e documentaristico Poitras e Pollard. Stesso rapporto nella sezione Orizzonti, dove le autrici sono 4 su 15 complessivi e tutte per sensibilità e stile vicine a un cinema che privilegia intimismo ed empatia. La SIC brilla per partecipazione femminile (5 su 9), mentre alle Giornate degli Autori e Notti Veneziane lo sguardo femminile può contare su 4 rappresentanti su 17. C’è da sperare che la sfida superi anche i confini di genere e ogni altra stereotipia. Ne abbiamo tutti bisogno.