Cuore del progetto Isola Edipo, il Premio Inclusione e Sostenibilità Edipo Re accompagna la Mostra del Cinema con una riflessione su linguaggi, diritti e memorie. Ne parliamo con la Silvia Jop, al timone di Isola Edipo dal 2017, che racconta criteri di selezione, nuove giurie e prospettive aperte dal dialogo con le giovani generazioni.
Il Premio Inclusione e Sostenibilità Edipo Re è diventato, anno dopo anno, uno dei segni distintivi di Isola Edipo alla Mostra. Che cosa avete cercato nei titoli selezionati quest’anno e quale idea di ‘inclusione’ e ‘sostenibilità’ volete restituire al pubblico attraverso questo riconoscimento?
“Inclusione e sostenibilità” è un concetto che ogni anno utilizzo come vettore di orientamento nella selezione dei film. Quando abbiamo cominciato ad usare questi due termini non erano ancora così abusati. Oggi, purtroppo, sono sin troppo utilizzati e spesso in maniera didascalica, finendo per svuotarsi del loro significato. In quanto Direttrice del Premio intercetto dei titoli che ritengo capaci di affrontare queste tematiche in forma, per l’appunto, tutt’altro che didascalica. Con le dodici opere selezionate, provenienti dalle quattro sezioni della Mostra (Concorso Venezia 82, Orizzonti, Settimana della Critica, Giornate degli Autori), cerco di definire e rendere visibile l’eterogeneità dei linguaggi e delle storie attraverso cui il cinema oggi sta raccontando alcune tematiche di nodale rilevanza, siano esse inerenti ai diritti di una popolazione che subisce soprusi piuttosto che alla vita di un albero, sempre oltrepassando ogni idea restrittiva di confine sia in senso meramente geografico che metaforico. Allo stesso tempo ho cercato di portare altrove la selezione per fare in modo che la giuria trovi da sé la sua pista all’interno di essa. Per evitare ogni sorta di categorizzazione la scelta tende ad essere libera e personalissima. Naturalmente è molto prezioso il dialogo con i referenti delle diverse sezioni da cui scelgo poi le opere: loro conoscono l’identità del Premio e quindi arrivano avendo già un punto di vista in assonanza con la nostra linea curatoriale.
Quali sono stati i criteri di selezione che avete seguito quest’anno nella composizione della giuria? Cosa avete cercato nei giurati?
L ‘intenzione è sempre quella di mettere insieme intellettuali, artiste e artisti che provengono da esperienze diverse. Essendo veneziana, sono una donna di ponti, quindi mi interessa crearne qui sia tra i film selezionati che tra i giurati prescelti. Per questa edizione abbiamo coinvolto la scrittrice Eleonora Marangoni, il regista Valerio Mieli e il musicista Motta. Tre figure di artisti e intellettuali che ammiro molto, sia per le cose che scrivono e dicono, sia per il fatto che sono tutti e tre capaci di scostarsi dal meccanismo dell’iperproduttività: non solo parlano esclusivamente quando hanno qualcosa da dire, ma in genere tendono ad avere un posizionamento che da un punto di vista etico va nella direzione profonda che connota questo Premio.
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Il progetto ‘Cinema dell’inclusione’, nato dall’incontro fra Isola Edipo, Giornate degli Autori e Fondation Cartier, quest’anno ha ospitato autori come Céline Sciamma, Caroline Poggi, Jonathan Vinel e Andrea Tulli. Eravamo presenti al laboratorio e tra i temi trattati si è parlato molto della prospettiva delle nuove generazioni. Perché proprio l’adolescenza è divenuta un terreno privilegiato per riflettere sul tema dell’inclusione?
Le generazioni più̀ giovani sono composte, per quanto sia banale da dire, dalle persone che si occuperanno di costruire e far vivere il futuro; tuttavia sono anche le generazioni considerate in maniera più paternalistica, meno interessante, di fatto mal “lette” e ancor peggio interpretate. Tenevamo all’idea di trasformare sempre di più̀, anno dopo anno, Sala Laguna nel cuore formativo della Mostra del Cinema di Venezia. Durante la rassegna le masterclass non mancano di certo, ma pensavamo fosse oltremodo importante creare un’atmosfera specificatamente pensata per le giovani generazioni, dove questi ragazzi e ragazze potessero vivere assieme a un pubblico eterogeneo un’intrigante esperienza di immersione visiva e relazionale. La costruzione del programma è, dunque, rivolta a studentesse e studenti, molti dei quali vengono dall’Università Ca’ Foscari e dallo IUAV. Accanto alla Giuria ufficiale, da tre anni abbiamo anche una Giuria giovani, sempre proveniente da Ca’ Foscari, a cui quest’anno si è aggiunta la Side Academy, un’accademia molto performante che lavora nell’ambito dell’animazione e degli effetti speciali. Come ha detto la regista Céline Sciamma all’incontro di ieri, «La diffusione dei linguaggi espressivi – audiovisivi e operativi – metterà chi vive oggi nelle condizioni di produrre domani il racconto in presa diretta della realtà». Avere una regista come Sciamma che riconosce loro questa autorevolezza infonde in questi giovani un grado di sicurezza di sé che difficilmente si ha da ragazzi.

Assieme a Labodif avete scelto di dedicare un percorso a Carla Lonzi, figura cardine del femminismo italiano, con il laboratorio di Gianna Mazzini. Perché avete sentito l’urgenza di riportare Lonzi nel contesto di un festival di cinema? Siamo ancora in un tempo in cui la donna deve essere “riconosciuta” dall’uomo, oppure, nell’ambiente del cinema, le cose stanno finalmente cambiando?
Da due anni coinvolgiamo Labodif, istituto di ricerca, formazione e comunicazione che si occupa di differenza simbolica tra gli uomini e le donne, per il punto di vista particolare che connota la sua identità rispetto a tante altre esperienze che si muovono nello stesso ambito, vale a dire il coraggio di parlare di differenza senza temere di negare il concetto di uguaglianza. In un momento storico in cui improvvisamente tutti si occupano di Carla Lonzi, rendendola mainstream – cosa che non è di per sé un male e che però finisce inevitabilmente per appiattirne la figura –, abbiamo scelto di coinvolgere Labodif proprio perché sono 30 anni che lavorano su di lei, sin dalla prima ora, si può dire, della loro attività. Come Gianna Mazzini stamattina ha sottolineato, il cinema, prima di essere il prodotto che vediamo in sala, ha a che fare con la formulazione di un’idea e con l’esercizio di un punto di vista. Quindi il modo in cui Carla Lonzi ha pensato e ha ritratto sé stessa – in un’epoca in cui i selfie non esistevano, ma ritrarsi voleva dire scoprire di esistere – riteniamo rappresenti una chiave importantissima per chi oggi intende occuparsi di cinema. Naturalmente c’è ancora bisogno di parlare di differenza, dato che il mondo del cinema continua ad essere un contesto dove il rispetto della figura della donna non è ancora pienamente compiuto. Ogni anno grandi comitati di selezione tendono a scegliere un numero di registe che è sempre di gran lunga minore rispetto al numero di uomini registi. Non è solo una questione che riguarda i criteri di selezione, avendo più estesamente a che fare con la natura stessa del sistema produttivo cinematografico. Per questo è necessario tematizzare, problematizzare costantemente questo argomento, perché sempre più donne devono avere il coraggio di esprimere con pienezza e autorevolezza il proprio punto di vista.
Il “panettiere basagliano” e il corto Manicomi per impazzire mettono in campo la memoria di Basaglia in forme molto diverse: dal pane condiviso alla testimonianza sull’ex manicomio. Lei, che porta anche la memoria familiare, come vive il compito di far dialogare passato e presente su questo delicato terreno? E quali messaggi pensa sia più urgente trasmettere oggi, di fronte al rischio di un ritorno a logiche manicomiali?
Se i tempi non fossero devastanti e devastati come di fatto sono, ti direi che anche in “tempo di pace” è importante fare esercizi spirituali ed esistenziali per mantenere un buon equilibrio. Il momento in cui si è dimostrato che si poteva assistere una persona con disagio mentale in maniera diversa, anziché attraverso la reclusione manicomiale, va ricordato sempre. In un momento come questo in cui assistiamo basiti a una regressione incredibile, per cui la contenzione viene nuovamente utilizzata non solo in ambito di salute mentale, ma più generalmente in tutte le pratiche sanitarie connesse all’assistenza alle persone disabili piuttosto che alle persone anziane, è ancora più importante ribadire e ricordare quella storia, riattivando la cassetta degli attrezzi che quella stessa storia ci ha lasciato per fare in modo che i diritti di tutte e di tutti noi vengano rispettati.
VIII PREMIO INCLUSIONE E SOSTENIBILITÀ EDIPO RE
Presentazione giuria ufficiale e giuria giovani
1 settembre h. 18 | Isola Edipo, Riva Corinto
www.isolaedipo.it