Diversi titoli in Mostra offrono l’occasione per addentrarci nelle connessioni tra tecnica e storia cinematografica. Holofiction appartiene a pieno diritto al procedimento denominato found footage: il regista Michal Kosakowski, in otto anni di lavoro, ha ricostruito la storia della Shoah assemblando sequenze prese da 3000 tra film e serie televisive prodotte dal 1938 ad oggi. Questo tipo di tecnica cinematografica trova origine nel lavoro di Joseph Cornell Rose Hobart (1936-39) e consiste nel recupero di materiali di repertorio o di scarto per assemblare un nuovo film. Un classico esempio italiano è La verifica incerta (1965) che Alberto Grifi e Gianfranco Baruchello realizzarono montando assieme pellicole cinemascope destinate al macero e che servì da spunto per la nascita del programma televisivo Blob nel 1989.
Anche il duo Yervant Gianikian/Angela Ricci Lucchi, quest’ultima scomparsa nel 2018, in Mostra con il terzo capitolo dei Diari di Angela, si sono spesso cimentati con il found footage, recuperando soprattutto materiali delle guerre coloniali – con Pays Barbare (2013) e Frammenti elettrici n. 2-Vietnam (2002) – e degli orrori della Grande guerra con Oh! Uomo (2004).
La Seconda guerra mondiale e l’Olocausto sono tra gli eventi più rappresentati nella storia del cinema. Con oltre tremila frammenti tratti da opere audiovisive sulla Shoah, prodotte dal 1938 a oggi, Michal Kosakowski ricostruisce come il cinema abbia costruito – e talvolt...
Il primo lungometraggio di Virgilio Villoresi, regista noto per il suo approccio sperimentale e visionario, è liberamente ispirato al Poema a fumetti di Dino Buzzati, pubblicato nel 1969, che rielabora il mito di Orfeo ed Euridice in chiave moderna e pop. Villoresi fonde ripr...
Seguendo due persone recentemente decedute che vagano per Atene come fantasmi, il film esplora la mortalità. Cosa significa staccarsi, dire addio; muoversi nel tempo, nella vita senza rimanerci incollati? Fotogiornalismo, filmati storici e vecchi filmati amatorial...
Altro esempio straordinario di questa tecnica è The Clock (2010) di Christian Marclay, vincitore del Leone d’Oro alla 54. Biennale d’Arte, che consiste in un filmato di 24 ore costruito con sequenze dell’intera storia del cinema e della televisione che hanno come comune denominatore la presenza nell’inquadratura di orologi. Il filmato, fatto appositamente partire alla mezzanotte, mostra l’ora esatta per tutto il suo svolgersi giornaliero.
Con il documentario Mata Hari, sul lavoro incompiuto di David Carradine, intento a filmare ogni anno sua figlia quindicenne Calista per documentarne la crescita, siamo invece di fronte al genere underground degli home movie, amato dal lituano Jonas Mekas, che fondò nel 1954 la rivista Film Culture, e da Stan Brakhage, entrambi appartenenti al movimento New American Cinema, e dagli stessi Gianikian/Lucchi.
Il regista Virgilio Villoresi, invece, si muove nell’ambito dell’animazione stop motion ed è presente Fuori Concorso con il suo primo lungometraggio Orfeo, ispirato al Poema a fumetti di Buzzati. I suoi archetipi sono i lavori di Jan Švankmajer, quelli di Norman McLaren e quelli della Scuola Polacca, dove spiccavano gli artisti Jan Lenica e Walerian Borowczyk. Nella stessa sezione torna alla Mostra, dopo aver presentato il film d’animazione Anomalisa nel 2015, Charlie Kaufman con il corto How to Shoot a Ghost. Anche Kaufman ha più volte sperimentato le tecniche più disparate del linguaggio cinematografico sia a livello di scrittura, sia messa in scena.