Con Decision to Leave del 2022, che gli è valso il Prix de la mise en scène al 75. Festival di Cannes, il regista sudcoreano rinasce con il genere noir costruendo un thriller dai toni pacati, molto lontano dagli estremismi che lo avevano reso celebre nei primi anni Duemila. Figura di punta della cosiddetta Hallyu, l’onda culturale sudcoreana che tra gli anni Novanta e Duemila ha conquistato il pianeta, il regista si era imposto con la celebre “trilogia della vendetta” – Mr. Vendetta (2002), Old Boy (2003) e Lady Vendetta (2005) –, opere intrise di una visione manichea del mondo, tipica di molta cinematografia sudcoreana contemporanea, in cui la violenza estrema diventa unica valvola di sfogo contro soprusi fisici e psicologici.
In questi suoi film la spirale della violenza cresce in maniera esponenziale fino a generare situazioni paradossali, spinte oltre ogni limite: un uomo rinchiuso per quindici anni in una stanza, come punizione per un atto commesso nel passato, è un esempio di crudeltà mai visto prima al cinema. Ancora più sanguinario è l’episodio Cut, diretto da Park per il film Three… Extremes (2004) e presentato alla 61. Mostra del Cinema nella sezione Mezzanotte, in cui affiora un’interessante citazione dell’episodio L’uomo del sud della serie Alfred Hitchcock presenta. Con Thirst (2009) e con l’hollywoodiano Stoker (2013), invece, il regista rilegge a suo modo il genere gotico vampiresco.
Dopo vent’anni esatti dal suo Lady Vendetta – capitolo conclusivo della celebre “trilogia della vendetta” – Park Chan-wook torna in Mostra con un nuovo adattamento del romanzo The Axe di Donald Westlake (da cui Costa Gavras trasse nel 2005 il suo
Nessuno è innocente in questa escalation di violenza, specchio crudele della società contemporanea.
Secondo capitolo sulla vendetta, con strascichi incestuosi e un remake statunitense non all’altezza dell’originale.
Una vendetta raffinata e femminile, non per questo meno letale.
Un patinato noir saffico dai risvolti inaspettati, ambientato nella Corea degli anni Trenta durante l’occupazione giapponese.
Un noir classico che segna il ritorno alla sua passione primordiale per il cinema di Hitchcock.