Con oltre quarant’anni di esperienza nel mondo del cinema, Giancarlo Di Gregorio ripercorre il lavoro svolto per Cinecittà e per l’Italian Pavilion e racconta oggi il percorso intrapreso con Mad Genius Group, tra memoria, industria e futuro del cinema.
Per i più le figure che incarnano l’immagine più immediata e mediatica di un grande festival sono naturalmente le grandi star, poi, quando va bene, il direttore e selezionatore, quando va meno bene starlette improbabili, televisive e non, digitali e non. È la parte emersa di questo carrozzone circense, in cui davvero tutto e il suo contrario si mescola in una centrifuga impazzita in cui se non proprio tutto, molto si esaurisce in una scia senza fine di istantanee e selfie. Chi però conosce davvero la complessità della macchina di un grande festival quale è la Mostra di Venezia sa che ci sono delle figure nodali che dietro le quinte tengono il filo inossidabile di questa enorme messa in scena mediatica, sotto la superficie della quale c’è un mondo concretamente febbrile, quello dell’industria cinema, che qui tesse le sue fila attraverso incontri, relazioni vecchie e nuove, tavoli di lavoro, da dove poi sortiscono non pochi progetti futuri di questa stessa industria. Giancarlo Di Gregorio, con i suoi oltre 40 anni di militanza apicale nella massima istituzione cinematografica del Paese, Cinecittà, è stato senza se e senza ma una di queste figure. Direi il regista principe in quell’Italian Pavilion dell’infinita serie di relazioni che in particolare nel quartier generale dell’Excelsior annualmente si tengono. Pensare a Cinecittà qui ha sempre coinciso con la sua di immagine, con quella presenza affabile e solare, professionale e informale insieme. Fa una certa specie ora non vederlo più alla guida di questa “casa del cinema” che da circa due anni ha lasciato. Ma con un simile bagaglio di esperienze, relazioni, progetti l’uomo non ha certo tirato i remi in barca, anzi. Di Gregorio rilancia, alla guida di Mad Genius Group, nuovo network di società già dinamicamente attivo sul fronte dell’audiovisivo e non solo. Lo abbiamo incontrato per parlare di ieri, di oggi e, naturalmente, di domani.
Partiamo da ieri, dal tuo lungo viaggio nel cuore vivo del cinema italiano. La prima parola, il primo pensiero a pelle cha hai avuto quando per la prima volta sei tornato al Lido ‘senza’ Cinecittà.
Ho iniziato a collaborare con Cinecittà nel 1983, allora “Ente Autonomo Gestione Cinema”, per poi essere assunto nel 1985. La cosa che più mi fa piacere è riscontrare di aver lasciato un bel ricordo, questa è la soddisfazione maggiore senza dubbio alcuno. Tutte le volte che mi capita di andare a Cinecittà è bello ritrovare persone con cui ho condiviso anni di vita e di lavoro. Dal punto di vista personale vivo un piacevole spaesamento; ritrovo qui al Lido un sacco di persone a cui mi legano ricordi e amicizie forti, che magari a volte mi chiedono ancora informazioni sugli spazi o sulla programmazione di Cinecittà.
Hai attraversato quattro decenni di cinema, italiano e non. Tra le mille e più trasformazioni che l’industria di settore ha vissuto in questo lungo tempo, se dovessi scegliere due cambiamenti, due modalità tra tutte di vivere il cinema insieme, professionalmente ed emozionalmente, e direi ancor di più relazionalmente, quali individueresti in positivo e in negativo?
Non posso dimenticare le file di Bellini sorseggiati con amici del cinema accompagnati dal pianoforte del bar dell’Excelsior di sottofondo, allora unico spazio di ritrovo dopo le proiezioni, in un clima di condivisione e coesione per certi aspetti irripetibile nel cinema italiano di oggi. Adesso questi momenti sono andati in gran parte perduti, in primis per l’avvento delle nuove tecnologie che, al netto delle banalizzazioni, riducono le occasioni di incontro, i momenti in cui ci si parlava faccia a faccia. Sul versante positivo, direi che l’avvento delle Film Commission non può che essere visto come un passo avanti nelle dinamiche proprie del festival, di questo sono convinto. Spero che realtà di questo tipo vengano incentivate a sviluppare sempre di più e meglio il proprio lavoro, perché rappresentano dei soggetti nodali nel far conoscere, attraverso la forza immaginifica del cinema, realtà e territori che altrimenti difficilmente potrebbero avere un equivalente esposizione mediatica. Alcune di queste realtà hanno fatto in pochi anni enormi passi da gigante nel programmare il proprio lavoro. Mi auguro che il sostegno da parte di enti locali e regioni possa persino aumentare in questa direzione, perché davvero stiamo parlando di attività che trasversalmente utilizzano il cinema per valorizzare e far accrescere al meglio l’appeal dei propri territori, molti dei quali prima non proprio al centro degli itinerari turistici tradizionali.
Voi di Cinecittà avete portato concretamente la Mostra a vivere una sua seconda vita nei magnifici spazi dell’Excelsior, animandoli in luoghi di confronto concepiti ad hoc in cui si respira cinema 24 ore su 24. Siete stati i primi a costruire una casa del cinema per gli operatori di settore nel cuore della Mostra. Raccontaci un po’ la genesi di questo percorso e la sua evoluzione nel tempo.
All’inizio avevamo gli uffici all’Excelsior rivolti verso la strada, a lato dell’ingresso principale. Abbiamo successivamente allestito un primo nostro Padiglione nell’area esterna dell’hotel, ai bordi della piscina. Non prese subito il nome di Italian Pavilion, ma di “Cinecittà a Venezia”; fu il primo nucleo di quello che poi si è trasformato negli anni e che vediamo adesso, ossia un’autentica casa del cinema. L’evoluzione di questa nostra presenza al Lido è stata costante e ha seguito quelle che sono le esigenze di un settore in perenne mutazione. Credo che i dati più significativi di questo radicato presidio nel cuore del cinema italiano siano in sintesi due: la capacità di questo spazio di creare senza soluzione di continuità nuove relazioni, nuove occasioni di conoscenza, con operatori che spesso qui incontrandosi costruiscono poi solidi rapporti di lavoro e di amicizia; l’essere divenuto di anno in anno l’epicentro assoluto della Mostra oltre la Mostra, in cui il cinema attraverso i suoi mille soggetti qui presenta le sue idee, i suoi nuovi progetti, attraverso incontri, presentazioni, masterclass.
Mad Genius Group, di cui sei Presidente, è la tua nuova avventura imprenditoriale. Raccontaci un po’ come è nata questa sfida, quali primi passi avete mosso e quali sono gli obiettivi che vi siete posti in questa prima vostra fase di vita.
L’idea di base era ed è quella di poter mettere a frutto il mio insieme di conoscenze e contatti maturati in quarant’anni di carriera. Il gruppo è una rete di imprese composta da quattro società: Cappelli Identity Design, Erma Pictures, G&P 1992, Stand & Co. Abbiamo già portato avanti alcune iniziative e altre ne abbiamo in programma a breve; ci stiamo muovendo bene e sono convinto che riusciremo a crescere e a migliorare in fretta la nostra offerta davvero circolare rivolta all’industria del cinema. Dagli allestimenti alla comunicazione, dalle produzioni televisive alla produzione di eventi, dal concept di brand identity all’organizzazione di meeting e conferenze, la gamma di attività che svolgiamo è davvero concentrica. Questo grazie alla nostra lunga ed eclettica esperienza nel settore, che ci ha permesso di costruire nel tempo un network rodato di professionisti di altissimo livello, con molti dei quali ho un vero rapporto di amicizia.
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