Cosa lega Palermo a Carmelo Bene? Diverse cose, come spiega l’ultimo lavoro di Franco Maresco. Come testimoniato dal compianto Goffredo Fofi, Bene fu sincero ammiratore del cinema di Ciprì e Maresco, del loro Lo zio di Brooklyn del ’95 in particolare, e nel c...
Nel 1968 Carmelo Bene realizza il suo primo lungometraggio, Nostra Signora dei Turchi, servendosi di una Arriflex ST 16mm. Il drammaturgo passa facilmente dall’ambito teatrale a quello cinematografico con l’intenzione di distruggere il mezzo e la sua grammatica elementare, mettendo in crisi il concetto stesso di rappresentazione. Per Bene, il cinema era già morto dopo i fratelli Lumière, salvo rare eccezioni: occorreva porsi al di qua ed al di là della macchina da presa come faceva Buster Keaton, vero corpo filmato e filmante, che egli considerava un “obiettivo umano”.
L’opera d’arte, come l’uomo, è destinata alla consunzione; così anche l’immagine cinematografica, per Bene, nasce già morta. L’unico vero evento possibile in una sala cinematografica sarebbe l’incendio della pellicola e, non a caso, nella solarizzazione finale in Salomè (1972), egli persegue proprio questo intento, ovvero rappresentare la distruzione dell’immagine.