Francesco De Gregori è molto più di un cantautore: è un narratore dell’anima italiana, un poeta armato di chitarra che, da oltre cinquant’anni, racconta il nostro Paese con parole affilate e melodie senza tempo. Soprannominato “Il Principe” per il suo stile elegante e la sua riservatezza, De Gregori ha attraversato la storia della musica italiana con coerenza e coraggio, senza mai cedere alle mode. Esordisce nei primi anni ’70 nel vivace ambiente del Folkstudio di Roma, insieme ad altri nomi destinati a lasciare il segno. Il successo arriva con Rimmel (1975), un disco che segna una svolta nella canzone d’autore fondendo poesia, politica e introspezione. Brani come Generale, La donna cannone o Titanic sono diventati simboli di un’intera generazione. Schivo, mai banale, De Gregori ha sempre preferito parlare con le sue canzoni piuttosto che attraverso i media. Le sue parole – enigmatiche, evocative, profonde – continuano a far riflettere, emozionare, discutere. In un’epoca veloce e superficiale, la sua musica resta un invito alla lentezza, all’ascolto, alla memoria.
Francesco De Gregori non è solo un artista: è una voce necessaria, che continua a raccontarci chi siamo e da dove veniamo.
Nel suo fare musica, tra l’ottobre e il novembre 2024 De Gregori ha scelto un punto di partenza insolito: ha deciso di suonare per un mese, tutte le sere, in un piccolo teatro di Milano, l’Out Off, presentando le canzoni meno conosciute del proprio repertorio, o addirittur...
La canzone dell’adolescenza perduta, che non torna più. Malinconia, gli amici che guardano giù dal ponte con lunghe sciarpe nere…c’è tutto un mondo in poche parole
Una delle canzoni più intimamente politiche di De Gregori. Fra la Francia e il ritratto di Angela Davis che appassisce sul muro. Pura poesia.
Il titolo dice tutto, nulla da aggiungere. Oltre alla moglie col cuore da fornaio.
Come non includere una delle più belle canzoni contro la guerra? Fa il paio con La guerra di Piero, anche se ha tutt’altra conclusione. Ma alla fine dalla guerra si esce tutti sconfitti, e resta solo quell’odore di sugo di funghi.
A metà fra un Marinetti rivisitato e la narrazione di un’immane tragedia, testimone per sempre di quando la tecnica cede il passo alla natura.