Per Silent Friend, ottavo lungometraggio di Ildikó Enyedi, tre episodi ambientati nel 1908, 1972 e 2020 sono legati dalla presenza di un Ginkgo Biloba, che osserva silenzioso i destini umani. Nel cast internazionale spicca Tony Leung Chiu-wai (Leone d’Oro alla Carriera 2023), ruolo scritto su misura per lui. Nata a Budapest, Enyedi ha vinto la Caméra d’Or a Cannes con My 20th Century e l’Orso d’Oro alla Berlinale con On Body and Soul. Le sue opere esplorano con sensibilità il rapporto tra individuo, natura e immaginario, confermandola tra le voci più originali del cinema europeo contemporaneo.
Silent Friend attraversa tre epoche, dal 1908 al 2020, legate dalla presenza di un unico albero. Cosa l’ha ispirata a esplorare il tempo dell’uomo attraverso la prospettiva delle piante?
Quando sei in una stanza con un gatto, ti accorgi subito di non essere sola. Se invece c’è una pianta in vaso, pensi di essere sola. Ma non è così. Quando ero adolescente, negli anni Settanta, c’era la prima grande ondata di esperimenti sulla comunicazione delle piante. In me – ragazza di città – nacque una forte curiosità e il desiderio di connettermi con questi esseri silenziosi e complessi che governano il pianeta. L’ho portato con me tutta la vita. Il nostro film non vuole parlare al posto delle piante. Perciò questi diversi livelli temporali non sono raccontati dal punto di vista delle piante. Riguardano il desiderio e la ricerca di comunicazione, e i goffi tentativi degli esseri umani di entrare in contatto con loro. Sarebbe stato arrogante mostrare la prospettiva di una pianta. Voglio solo richiamare l’attenzione sul fatto che questi esseri complessi esistono: comunicano, hanno una vita sociale e, anche se noi siamo periferici nella loro attenzione, osservano la nostra frenetica, confusa e spesso confondente vita quotidiana.

Ogni episodio è stato girato con un medium diverso – 35 mm, 16 mm e digitale. In che modo queste scelte tecniche hanno influenzato la scrittura e la narrazione delle storie?
Il tema centrale del film è la percezione. I mondi profondamente diversi in cui viviamo – piante, animali, esseri umani. Ciò che chiamiamo realtà, nel nostro tempo umano, è in parte un costrutto culturale e abbastanza effimero. Il cinema, pur coinvolgendo solo occhi e orecchie, è un medium molto sensoriale: ti muove prima, e la comprensione segue perché sei toccato, stimolato dai sensi. L’accento non è sul racconto, ma sui diversi mondi percettivi dei tre protagonisti umani. Ciò che percepiscono camminando sugli stessi sentieri dello stesso giardino botanico, toccando lo stesso albero, è profondamente diverso. I materiali cinematografici sono scelti non per il periodo in cui sono stati usati, ma perché avvicinano al mondo percettivo di quell’epoca. Il mondo altamente strutturato e regolato del 1908 in cui vive Grete contrasta fortemente con i primi anni Settanta, quando i limiti rigidi si dissolvono in ogni senso – abitudini, abbigliamento, interazioni sociali e, attraverso le sostanze psichedeliche, anche nelle esperienze percettive elementari. Si viveva in un quadro impressionista, dove al posto di forme astratte c’erano macchie di colori ardenti, odori, pollini e feromoni che riempivano lo spazio. La precisione penetrante del digitale si adatta alla profonda solitudine in cui si trova Tony, il neuroscienziato, nel 2020, durante il primo lockdown.
Per il suo ottavo lungometraggio, la regista ungherese affida ancora una volta la narrazione alla forza della natura. Tre episodi ambientati nel 1908, 1972 e 2020 – girati rispettivamente in 35 mm, 16 mm e digitale – sono legati dalla presenza di un grande Ginkgo Biloba, a...
Nei suoi film, il rapporto tra individuo, natura e immaginazione è sempre centrale. In che modo Silent Friend prosegue questi temi, da My 20th Century a On Body and Soul e The Story of My Wife?
Non sono la persona migliore per rispondere. Vedo le differenze nei miei lavori. Ogni film è una nuova avventura – a ripensarci, non ci sono elementi stilistici ricorrenti. Amo il rischio di riscoprire il linguaggio cinematografico ogni volta, anche se so che uno stile personale forte sarebbe una sorta di rete di sicurezza contro il rischio di essere fraintesa. Le somiglianze tematiche derivano probabilmente dal fatto che ogni mio film è molto personale, ma nessuno in senso autobiografico. Sono pensieri che mi appassionano e che cerco di condividere, soprattutto sotto forma di domande, come invito al dialogo con lo spettatore ignoto. Ciò che mi appassiona sembra cambiare poco – anche se per me ogni volta appare come qualcosa di nuovo, mai sperimentato prima.

Il film ha un cast internazionale, tra cui Tony Leung Chiu-wai. Come è nata questa collaborazione e com’è stato lavorare con lui?
Ho scritto questo ruolo per Tony. Quel silenzio ricco e significativo dell’introverso neuroscienziato su un campus vuoto aveva bisogno della sua eccezionale presenza. Il suo sguardo, il linguaggio del corpo, ci parlano al posto delle parole. Tocca direttamente la nostra anima. Gli sono immensamente grata per aver accettato il ruolo. I produttori cercavano di convincermi a cercare un altro attore, dato che Tony è noto per essere riservato e rifiutare la maggior parte delle offerte. Ma nella mia mente questo ruolo era suo e di nessun altro. È stata una bellissima sorpresa scoprire – già dalla prima chiamata Zoom – che non era solo il ruolo, ma anche le motivazioni e il modo di pensare dietro l’intero film a convincerlo. Mi sono sentita fortunata: oltre a un attore brillante, ho trovato un vero alleato, qualcuno che ha compreso e abbracciato profondamente le motivazioni nascoste che muovevano la sceneggiatura. Ho potuto condividere la mia passione, e non solo io, ma tutto il team si è sentito privilegiato a lavorare con lui. Tony ha un’incredibile etica del lavoro: concentrato, preparato e dotato dell’energia e dello sguardo attento e gentile per apprezzare chi lavora intorno a lui – dal focus puller ai key grip, dai truccatori agli assistenti di guardaroba – tutti esseri umani impegnati per lo stesso obiettivo condiviso. Spero che questa escursione nel cinema d’autore europeo sia stata un’esperienza positiva per lui. Per me e per noi, è stata davvero memorabile.