Cubi come comportamenti codificati e ripetitivi. Grafica essenziale, astratta, ideogrammatica. The Big Cube è un cortometraggio VR che spiazza per il suo approccio stilistico minimalista e la sua narrazione metaforica. L’opera, diretta da Menghui Huang, inizialmente pare rudimentale, elementare, quasi uno dei primi esperimenti VR. Invece il grado di elaborazione concettuale è raffinato, per quanto diretto, e il corto finisce per distinguersi per la sua capacità di trasformare una scelta estetica minimalista in una critica incisiva alla standardizzazione e alla routine.
L’esperienza ci immerge in un mondo interamente costruito da cubi, un ambiente in cui le creature che lo abitano sono intrappolate in un’esistenza meccanica, ossessivamente iterativa, – sottolineata dal sound design e dalla musica di Niko Setälä, affatto secondaria – costrette a spingere incessantemente blocchi senza un apparente scopo. È in questo contesto che una di loro decide di deviare dal percorso prestabilito. Ribellione senza conflitto apparente, silente come una cellula cancerosa, scoperta silenziosa e trasformativa dentro il medesimo sistema.
Il ‘trauma’ è esistenziale: il confronto con il vuoto, il coraggio della deviazione.  La scelta del design ‘cubico’, che inizialmente pare limitante o poco rifinita, convoglia la forza del cortometraggio. L’estetica stilizzata serve a rafforzare il messaggio centrale: la bellezza e la complessità emergono dalla semplicità e dal gesto. D’accordo, non è Fontana, ma l’idea è sfidare il mezzo a partire dall’evidenza dei propri limiti, per aprire nuovi spazi. E a noi è sembrato un segno di maturità espressiva.
THE BIG CUBE
di Menghui Huang (Finlandia, Belgio, Cina, Portogallo, 7’)
In concorso