Un crinale di nome Newport

di Massimo Bran
  • venerdì, 5 settembre 2025

NEWPORT AND THE GREAT FOLK DREAM

Nel suo biopic dedicato a Bob Dylan con protagonista Timothée Chalamet, James Mangold fa riferimento al leggendario festival della musica folk di Newport proprio fra il 1963 e il 1966, stesso periodo a cui appartengono i filmati d’archivio che formano la spina dorsale narra...

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Come per la storia di qualsiasi forma d’arte, anche per il rock, anzi, soprattutto per il rock, si è presi dal fermare le epifanie, i momenti assoluti e cruciali dopo i quali, ça va sans dire, “nulla è stato più come prima”. La sindrome da classifica non invecchia mai e mai invecchierà, c’è poco da fare. Per cui, per farla breve, possiamo isolare, tra i molti, tre momenti chiave dopo i quali davvero nell’arte per eccellenza del nuovo soggetto sociale del secondo Novecento, i giovani, nulla sarà più…: l’apparizione televisiva il 16 settembre 1956 di Elvis all’Ed Sullivan Show, data spartiacque chiave a sancire la definitiva emancipazione innanzitutto fisica dei giovani dai codici secolari in cui educativamente erano stati sino ad allora ingabbiati, l’esibizione di Dylan al Newport Folk Festival il 25 luglio 1965, su cui tra un attimo torneremo, la nichilista, furiosamente insolente sarabanda dei Sex Pistols l’1 dicembre 1977 nel programma televisivo Today condotto da un allibito Bill Grundy, che sancirà mediaticamente la definitiva tabula rasa prodotta dal punk nei confronti di tutto ciò che l’aveva preceduto, non solo musicalmente (quanto mai simbolico a riguardo il fatto che sostituirono all’ultimo momento i Queen nel programma).
Di Newport, in quel frangente epocale immediatamente successivo all’uscita di Highway 61 Revisited, e della ferita elettrica inferta da Bob Dylan nel corpo da cui ebbe origine il suo irrompere sulla scena newyorchese nei primi anni ’60, il folk, già si è detto di tutto e di più. Quest’anno poi non ne parliamo, con l’almeno buon film di James Mangold A Complete Unknown, con un tutto sommato credibile Timothée Chalamet nei panni del buon Zimmerman. Quindi nulla ha senso aggiungere se non il fatto che, va bene, Like a Rolling Stone e Maggie’s Farm urtarono senz’altro nervi e stomaco del buon Pete Seeger e pure quelli di Lomax, ma da qui a dire che l’esibizione fu pianificata a tavolino lasciando di stucco l’intero pubblico assiepato sotto il palco, beh, ce ne passa.

L’album capolavoro era già uscito da mesi e chi vi aveva prestato ascolto sapeva che Dylan aveva svoltato strada, insofferente a ogni canone, mosso dall’urgenza di solcare altri orizzonti, suo tratto costitutivo e inconfondibile. Certo, cambiando in quel momento davvero per sempre, lui sì, la storia dei Sixties e del rock che verrà. Ma prima di quel cruciale giorno, che cosa rappresentava davvero in quegli anni per la generazione che trasformerà radicalmente la cultura e il costume del secolo scorso questo luogo del delitto di nome Newport? Beh, molto direi. Soprattutto per il fatto che, a differenza dei successivi Monterrey e Woodstock, che rappresentarono l’apice e insieme la fine dell’ingenuo ma immaginifico e fertile sogno del flower power, il festival inauguratosi nel 1959 in questa cittadina balneare del Rhode Island si andò a definire, più o meno consapevolmente, come una sorta di cerniera tra il culto delle radici blues, country, gospel, bluegrass del gigante americano e il new folk che si stava allora definendo e sviluppando proprio grazie ai nuovi cantautori emergenti in quegli anni, in primis Bob Dylan e Joan Baez. Se vogliamo quindi fermare il tratto originale ed identitario di questo storico festival, questo sta proprio nella dialettica non esattamente sempre pacificata tra culto delle radici e urgenza di nuove pulsioni, di nuove modalità espressive nell’alveo di una tradizione che a sua volta si era andata formandosi attraverso atti di rottura di codici precostituiti. Quindi nel momento in cui sull’onda ormai solida della beat generation il folk iniziò a surfare disegnando le direzioni che le nuove urgenze culturali e politiche chiedevano di percorrere, Newport si trasformò progressivamente da incubatore del nuovo che albeggiava, ben protetto però da un solido recinto roots, a trincea in difesa di un esercito certo pacifico, ma che si scopriva improvvisamente quasi datato, grazie all’insurrezione più o meno spontanea che il rock’n roll e il folk fattosi elettrico produssero nel suo stesso corpo grazie alla nuova generazione di, chiamiamoli così, folk rocker. Ritornare quindi a questo festival nodale prima e a ridosso della rivoluzione dylaniana è un modo per misurare quanto inevitabilmente qualsiasi movimento irriverente e innovativo prima o poi rischi la maniera, disposizione che mal si sposa con il desiderio di insorgente, urgente nuovo che da sempre, da allora, informa l’affacciarsi nel presente delle nuove generazioni. Un destino che non ha quindi potuto risparmiare neanche quella meravigliosa creatura live costruita da Pete Seeger, Oscar Brand, Albert Grossman (guarda un po’, proprio il manager di Dylan) e altri loro accoliti.

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