L’età post coloniale non è finita. E il fatto che a ricordarcela sia un film testimoniale in realtà mista la dice lunga. Sulla potenza del mezzo, sui tempi e sull’estetica stessa delle XR. La fruizione singola consente una leva maggiore sull’intimismo, la possibilità di interagire con gli oggetti fisici, se tematizzata, offre un’articolazione narrativa ed espressiva inedita per presupposti e soluzioni. E se ci mettiamo anche un po’ di sana e struggente retromania, il risultato può essere insieme poetico e diretto. Attiviamo un vecchio proiettore di diapositive, presente fisicamente in loco, inseriamo la diapositiva e lo spazio intorno a noi cambia. Ci si trova in un ambiente che parzialmente si muta e siamo invitati a sederci a un tavolo olografico, a osservare dalle finestre fisiche dalle quali però scorgiamo paesaggi diversi, che mettono a confronto ecosistema, villaggi antichi e nuovi mastodonti di cemento.
Ciò che rende quest’esperienza particolarmente riuscita è la sua capacità di far vivere al pubblico un conflitto tematico profondo. Muovendosi in uno spazio vuoto, che viene arricchito da proiezioni e immagini in mixed reality, lo spettatore si ritrova letteralmente a camminare in uno ‘spazio di mezzo’ tra passato e futuro. La presenza di oggetti legati alla memoria e di video che interagiscono con l’ambiente circostante crea un’esperienza tematicamente ricca e coinvolgente. Attraverso queste interazioni, il conflitto tra il rapido sviluppo di Singapore e la perdita dei luoghi storici e personali viene reso tangibile e consegnato direttamente all’esperienza dello spettatore. La regista, Chloé Lee, riesce a far percepire non solo le storie di singaporiani di diverse generazioni, ma anche il peso emotivo di questi cambiamenti. Un’opera, a suo modo miracolosa, sboccia da una ferita ancora aperta.
REFLECTIONS OF LITTLE RED DOT
di Chloè Lee (Germany, USA, 40’)
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