Vite allo specchio

Il ritorno di Carolina Cavalli con Il rapimento di Arabella, tra sogni, desideri e identità in fuga
di Marisa Santin
  • giovedì, 28 agosto 2025

Regista, sceneggiatrice e scrittrice milanese, Carolina Cavalli torna in Mostra a Venezia con Il rapimento di Arabella, il suo secondo lungometraggio dopo Amanda, presentato in Orizzonti Extra e celebrato dal Guardian tra i migliori film del 2022. Il nuovo film intreccia surreale e quotidiano attraverso la storia di Holly (Benedetta Porcaroli) e della piccola Arabella, esplorando amicizia, identità e desideri di riscatto in un road movie tenero e ironico, con un cast internazionale che include anche Chris Pine ed Eva Robin’s.

Come è nata l’idea di raccontare l’incontro tra una giovane donna alla ricerca di se stessa e una bambina in fuga e cosa le interessava esplorare in questa dinamica “a specchio”?
Mi piaceva l’idea di tornare a parlare di un’amicizia tra due ragazze, ma questa volta di età diverse. Di solito c’è una bambina che vuole crescere velocemente; qui invece c’è un’adulta che vorrebbe tornare piccola, una sorta di sorella maggiore che non sa bene dove andare. È un sentimento che riconosco anch’io, nel rapporto con le generazioni più giovani e in quello che ho vissuto con le donne più grandi di me: la loro presenza è stata importante non perché avessero già trovato la strada, ma perché erano ancora in cerca.

La fuga di Holly e Arabella è anche un viaggio interiore. Quali scelte narrative e visive le sono servite per trasformare un road movie in una storia di ricerca identitaria? Come ha bilanciato il surreale e il quotidiano nella storia?
Capisco bene la domanda, perché in effetti ho cercato di pianificare questa cosa, ma alla fine mi è sfuggita dalla testa. Più ci pensavo, anche in fase di scrittura, più mi sembrava che la storia potesse diventare solo simbolica o metaforica. Ma in fondo tutte le storie possono esserlo, non serve provarci. Così ho scelto di non pensarci: è semplicemente una storia verosimile, un viaggio in macchina, una ragazza con un desiderio fortissimo e inaspettato – tornare indietro per cogliere un’occasione persa – e una bambina con un obiettivo inizialmente infantile, ovvero scappare di casa con chiunque abbia una macchina.

Il cast mescola volti italiani come Benedetta Porcaroli e Lucrezia Guglielmino con presenze internazionali come Chris Pine e figure non convenzionali come Eva Robin’s. Come ha costruito il cast e in che modo gli interpreti hanno influenzato il tono e le dinamiche del film?
Sono abbastanza restia a modificare il tono, le dinamiche e i dialoghi del film dopo i casting. Ma credo rimanga comunque un grandissimo spazio di personalizzazione per le attrici e gli attori, forse quello più importante, ossia il percorso che porta un personaggio ad esistere solo nell’immaginazione fino ad esistere agli occhi di più persone. La credibilità di questo passaggio è, per me, la sfida più complessa. Per questo servono attrici bravissime, oppure persone perfettamente giuste per ogni ruolo: anche se non influenzano le scelte preliminari, certamente le radicano nella realtà. Il cast, in effetti, è molto variegato ed è una delle cose più belle di questo lavoro: si creano famiglie solo in apparenza casuali, che però condividono legami invisibili.

Le riprese si sono svolte tra Veneto ed Emilia-Romagna. Che ruolo hanno avuto questi luoghi nella costruzione visiva e simbolica della storia?
Poiché il film non è ambientato in un luogo geografico reale, l’identità del mondo che racconta nasce inizialmente libera, ma finisce per dipendere molto dai luoghi concreti in cui giriamo. Come tutte le regioni, anche Veneto ed Emilia-Romagna hanno una bellezza tradizionale, ma allo stesso tempo riservano aspetti imprevedibili.
In preproduzione, quando visitiamo un luogo, insieme allo scenografo e al direttore della fotografia cerchiamo di costruire al loro interno un mondo credibile e una mappa plausibile.
Per questo motivo queste due regioni sono molto presenti nella storia e nelle immagini, pur senza risultare immediatamente riconoscibili.

Molti spettatori potrebbero aspettarsi da un “rapimento” un film di tensione o azione. In questo senso il titolo è una sorta di ‘promessa ambigua’ con il pubblico. È stata una scelta intenzionale?
In realtà il rapimento avviene davvero, ma non è l’elemento fondamentale della storia. Avevo già scritto la storia e mi serviva un titolo, naturalmente. In un museo mi sono imbattuta nell’introduzione a una mostra dove compariva l’espressione “rapimento semantico”, che non mi era affatto familiare. Allora ho cercato, e trovato facilmente, tutti quei modi diversi di essere rapiti non fisicamente. Mi è sembrato un riferimento pertinente: il senso perduto, la sottrazione dal senso comune, lo spostamento forzato dello sguardo, l’assurdo. Quanto all’ambiguità, non volevo che riguardasse il genere del film. Tuttavia mi piace che resti incerto se sia Arabella ad essere rapita (certo, oggettivamente e legalmente lo è) o se sia invece lei a rapire l’altra, raccontando una grande bugia e giocando con la speranza di un’adulta.

Immagine in evidenza: Il rapimento di Arabella, Carolina Cavalli e Benedetta Porcaroli © ph. Andrea Pirello

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