Casey Affleck

di Alberto Marzari
  • martedì, 8 settembre 2026

Ci sono attori che entrano in una stanza e la riempiono. Casey Affleck fa quasi il contrario: sembra svuotarla. Lascia spazio al silenzio, alle esitazioni, a quella crepa invisibile che separa ciò che una persona mostra da ciò che si porta dentro. È forse proprio per questo che, quando appare sullo schermo, è difficile smettere di guardarlo. A cinquantuno anni, Affleck è arrivato a un punto della sua carriera in cui non ha più bisogno di affrancarsi dall’etichetta di fratello di Ben, né di ricordare a Hollywood di aver vinto un Oscar. Il suo percorso è diventato qualcosa di più interessante, una ricerca ostinata di personaggi fragili, contraddittori, spesso incapaci di dire ciò che provano. Da L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford a Manchester by the Sea, passando per A Ghost Story, Affleck ha costruito una galleria di uomini che sembrano vivere sempre un passo dopo il mondo.

COMPANY

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In Manchester by the Sea il dolore non esplode ma si deposita sul volto. Lee Chandler è un uomo schiacciato da una colpa che non può cancellare e da un lutto che non riesce a processare. Affleck lo interpreta senza cercare scorciatoie emotive, fino a conquistare l’Oscar come miglior attore. Ma c’è un altro Affleck, quello che preferisce stare dietro la macchina da presa. Lo aveva già dimostrato nel controverso I’m Still Here, esperimento cinematografico costruito attorno alla trasformazione di Joaquin Phoenix, e poi con Light of My Life, storia intima e crepuscolare sul rapporto tra un padre e una figlia in un mondo devastato. E ora a Venezia vedremo Company, film scritto da Affleck insieme a Ron Hansen e interpretato, tra gli altri, da Nick Nolte, Ben Mendelsohn e Scoot McNairy. Affleck partecipa anche alla fotografia e al montaggio come a voler controllare ogni elemento della propria visione. E forse è proprio qui che si trova il senso del suo cinema, nella necessità di guardare le persone quando hanno smesso di recitare per gli altri. Affleck non sembra interessato agli eroi, ma a ciò che rimane quando l’eroismo finisce. Ai fallimenti, alle colpe, alla solitudine, alla possibilità, fragile e mai garantita, di ricominciare. Perché il suo cinema non promette salvezza ma qualcosa di ben più difficile: la possibilità di restare accanto a qualcuno anche quando non sappiamo come salvarlo. A rendere Casey Affleck così inquieto e allo stesso tempo così imprescindibile è forse proprio la sua capacità di ricordarci che alcune ferite non si chiudono. Si impara soltanto a viverci dentro, cercando, ogni tanto, una luce.

Casey's five
L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford
(2007)
di Andrew Dominik

Nel Missouri del 1881 il giovane Robert Ford è ossessionato dalla figura del leggendario fuorilegge Jesse James. La sua ammirazione si trasforma in ambizione e rancore. Presentato in Concorso a Venezia nel 2007, con Affleck co-protagonista assieme a Brad Pitt.

Gone Baby Gone
(2007)
di Ben Affleck

L’indagine su una bambina scomparsa porta il detective Patrick Kenzie (uno dei primi grandi ruoli per Affleck) a confrontarsi con una scelta morale che mette in discussione ogni sua certezza.

Joaquin Phoenix – Io sono qui!
(2010)
di Casey Affleck

Mockumentary ed esordio alla regia di Casey. Nel 2009 Joaquin Phoenix annuncia il ritiro dal cinema per dedicarsi alla musica… ma è tutto finto. Presentato alla 67. Mostra di Venezia.

Manchester by the Sea
(2016)
di Kenneth Lonergan

Il ruolo che gli vale l’Oscar. Dopo la morte del fratello, Lee Chandler, un uomo solitario e tormentato dai sensi di colpa, torna nella sua città natale ed è costretto a fare i conti con un passato doloroso.

Oppenheimer
(2023)
di Christopher Nolan

Nel film Casey interpreta Boris Pash, ufficiale dell’intelligence incaricato di indagare sulla lealtà politica di Oppenheimer. Un ruolo breve ma incisivo, che contribuisce alla crescente tensione del film.

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