Danny Boyle

di F.D.S.
  • mercoledì, 2 settembre 2026

Di tutti i registi inglesi che sbocciano negli anni Novanta, in quella manciata di anni in cui si afferma il mito della Cool Britannia, Danny Boyle si impone come il più talentuoso e il più adatto a cogliere lo Zeitgeist di quel periodo: burrascoso, esaltante, effimero. Già il suo primo film, Piccoli omicidi tra amici, del 1994, rivelava un’abilità estrema nel creare atmosfere caustiche, ciniche, dark, che tuttavia sapeva mescolare con un approccio arrogante e stilizzato. Un regista che amava avvolgersi nella trama, indugiare con calcolato cinismo sugli aspetti devianti, creare un marchio di fabbrica fatto di estrema consapevolezza della propria tecnica e continui colpi di scena. Boyle si candidava ad essere il più autorevole rappresentante di un cinema figlio del tempo, fatto di incertezza, velocità, fascino per la superficie. Trainspotting, di due anni dopo, consacrava questa vocazione e la rendeva evidente al mondo intero. Le vicissitudini di un gruppo di amici votati solo all’appagamento della loro tossicità, nelle atmosfere cupe di Edimburgo (anche se il film fu girato in larghissima parte a Glasgow), venivano descritte con un cinismo e un distacco crudo che appaiono la chiave del film. Trainspotting presto divenne un cult in grado di smascherare superficialità e finto ottimismo della Cool Britannia, quella che Blair, Oasis, Spice Girls e Hugh Grant si incaricavano di proiettare sull’immaginario del mondo. Poi, succede qualcosa difficile da spiegare e probabilmente ascrivibile al fatto che in Boyle la consapevolezza della propria tecnica magistrale deve aver prevalso su ogni altra considerazione relativa ai progetti affrontati. Non stiamo parlando di film sbagliati, ma di evidenti e ricorrenti scarti di direzione rispetto alle esperienze precedenti.

INK

ink danny boyle

Nel 1969 Rupert Murdoch (Guy Pearce) acquista il quotidiano britannico The Sun e ne affida la direzione allo spregiudicato Larry Lamb (Jack O’Connell). Deciso a superare nelle vendite il rivale The Mirror, Lamb riunisce una squadra di anticonformisti e reinventa il giorn...

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Boyle comincia ad alternare generi (thriller, sci-fi, commedie, zombie movies, biopic, Bollywood), magnitudine dei film (con star o con attori sconosciuti, con grandi o piccole produzioni), successi e insuccessi. Ne nasce una filmografia frastagliata, che alterna fiaschi colossali a trionfi del box office, con questa caratteristica che a mio avviso è possibile delineare: quanto più Boyle adotta un approccio indie al film (budget ridotti, dispositivi digitali quasi amatoriali, attori sconosciuti) tanto più ha successo al botteghino. È il caso di 28 giorni dopo, 127 ore, The Millionaire, che incassa 380 milioni di dollari a fronte di un budget di 15, di Yesterday, che immagina un mondo che improvvisamente ha resettato dalla sua memoria il passaggio dei Beatles sulla terra. Viceversa, un film vicino alla perfezione come Steve Jobs è un flop, anche se non per colpa del regista. Va comunque precisato che Boyle con The Millionaire ha vinto nel 2009 l’Oscar per la migliore regia, e tutte le critiche anche legittime al film (c’è chi ha parlato di poverty porn, di esibizione pornografica della miseria degli slums di Mumbai) non possono cancellare il fatto che il film è un capolavoro di energia cinetica, di smaccata abilità registica, di sfrontato equilibrismo tra seduzione della trama e irrequietezza dello stile. Alla Mostra Boyle presenta in Concorso Ink, ambientato nel 1969, quando Rupert Murdoch acquista il Sun e lo trasforma nel tabloid più influente della Gran Bretagna. Un nuovo cambio di direzione per un regista che, dopo oltre trent’anni di cinema, continua a spostarsi tra generi e formati, tornando questa volta a interrogare la società britannica e i meccanismi che ne costruiscono l’immaginario.

Danny’s five
Piccoli omicidi tra amici
(1994)

E se fosse questo il più bel film di Boyle, tutto pervaso da un cinismo ancora scevro da vezzi e smancerie?

Trainspotting
(1996)

Se togliamo Quattro matrimoni e un funerale, tutto il resto del cinema inglese di quegli anni – da questo cult a Full Monty, da Loach a Leigh – è un grande attacco al cuore della Cool Britannia.

28 giorni dopo
(2002)

Boyle gira un film indie con videocamere amatoriali, un Cillian Murphy ancora sconosciuto come protagonista e un budget ridottissimo di 8 milioni: ne guadagnerà al box office dieci volte tanto.

Steve Jobs
(2015)

Sceneggiatura perfetta di Aaron Sorkin, che ha la geniale idea di sceneggiare la mezz’ora precedente l’inizio di ciascuna delle tre storiche presentazioni da parte di Jobs: Macintosh, NeXT, iMac. Regia tesa e senza respiro di Boyle e grande prova attoriale di Fassbender. Eppure il film è un fiasco.

Yesterday
(2019)

Sceneggiatura di Richard Curtis, il Gran Visir della commedia inglese (Love Actually, Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill, Bridget Jones). Cosa accadrebbe se il mondo si dimenticasse che sono esistiti i Beatles? Altro successo enorme al botteghino.

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