Va bene che viviamo nell’era della semplificazione (leggi: superficialità), ma aver degradato una figura di attore/autore complessa come George Clooney a mero sex-symbol o averne liquidato l’understatement a preesistenti modelli hollywoodiani quali Cary Grant o Robert Mitchum è una sottovalutazione imperdonabile. Il Leone d’Oro alla carriera 2026 è molto di più e di meglio.
L’attore. Dal pediatra rubacuori del medical drama ER al divo in crisi di Jay Kelly passa quasi un quarantennio, durante il quale Clooney si dimostra capace di incarnare diverse tipologie di eroe o antieroe. Certo, vi sono prove di cui lo stesso George oggi si vergogna un po’ (tipo il suo Batman), ma in parallelo c’è il protagonista autoironico e brillante che si diverte un mondo a fare lo scemo (in particolare per i Coen, o in Three Kings, o ne L’uomo che fissa le capre); c’è il testimone amareggiato e intrepido contro le ingiustizie (l’avvocato Michael Clayton del film di Tony Gilroy e soprattutto l’agente CIA stanco e sacrificale di Syriana, il suo Oscar); c’è l’astronauta malinconico e problematico di Solaris e Gravity e l’uomo di pura azione di The Peacemaker (perché, a proposito, non si è mai pensato concretamente a Clooney come un possibile 007?). E poi il protagonista della saga Ocean’s di Soderbergh, l’immobiliarista pentito di Paradiso amaro, il cinico cacciatore di teste di Tra le nuvole, il sicario di The American, il “risolutore” di Lupi solitari, in duetto con l’amico Brad Pitt… Questi, e molti altri, compongono una tavolozza di interpretazioni in chiaroscuro che, con il passare degli anni, si tingono sempre più di asprezza e scetticismo crepuscolari, restituendoci un interprete pensoso, anticonvenzionale e spessissimo impegnato in ruoli da stoico perdente, per noi arricchiti dalla straordinaria, dolente e insieme imperiosa voce italiana di Francesco Pannofino.
Poi il regista. E qui l’unico parallelo che viene in mente, pur agli antipodi ideologici e culturali, è quello con Clint Eastwood: ossia due personalità carismatiche davanti alla macchina da presa quanto originali e autoriali dietro di essa. Sin dall’esordio con Confessioni di una mente pericolosa, del 2002, bio-drama di aspra critica alla tv, Clooney dimostra di saper tessere strutture narrative diverse ma coese da una tensione drammatica e ideale stringente. Così, il maccartismo nel magnifico Good Night, and Good Luck, la politica ai più alti livelli (Le idi di marzo), la storia (Monuments Men) e l’elogio della solitudine come sfida (The Midnight Sky) compongono un profilo di regista colto, sensibile e “schierato”, con Alexandre Desplat (presidente della Giuria Venezia 71) quale compositore di riferimento.
Infine il personaggio pubblico. L’impegno umanitario condiviso con la moglie Amal, l’opposizione strenua alla demenziale deriva trumpiana, il coinvolgimento in organizzazioni non profit attestano un protagonista inserito nel proprio tempo, sia sotto i riflettori sia nel privato.
Quindi attore magnetico, autore di prima grandezza, persona di forte impegno civile… What else?
No results found.
Tatuaggio tribale fino al collo e completo scuro: prima di diventare l’icona rassicurante e brizzolata di Hollywood, Clooney si fa battezzare al cinema da Rodriguez e Tarantino in un b-movie pulp a base di rapine e vampiri.
La tomba del divismo patinato: con Soderbergh accetta di spogliarsi di ogni ammiccamento per trasformarsi in un corpo opaco e dolente, sperduto tra i fantasmi della memoria e l’angoscia metafisica dello spazio.
L’esordio alla regia che spariglia le carte: un biopic allucinato, cinico e pop sulla doppia vita di Chuck Barris, reietto dei quiz tv di giorno e killer della CIA di notte, scritto da Charlie Kaufman e diretto con sfacciata sicurezza visiva.
Il trionfo al Lido (Premio Osella per la sceneggiatura e Coppa Volpi a David Strathairn): un bianco e nero rigoroso, claustrofobico e pieno di fumo per un manifesto civile implacabile contro il maccartismo e a difesa della libertà di stampa.
Film d’apertura alla Mostra: il sorriso smagliante del candidato democratico Mike Morris diventa la maschera perfetta per un’anatomia spietata del potere, dove l’etica soccombe al ricatto e la politica perde definitivamente la propria verginità.
Altro debutto memorabile al Lido per l’inaugurazione di Venezia 70: veterano dello spazio con aneddoti radiofonici in cuffia e fascinazione irresistibile, gigioneggia tra le stelle con il distacco di chi ha capito tutto, offrendo l’ultimo appiglio di lucida ironia al panico di una disperata Sandra Bullock prima di sacrificarsi nel silenzio orbitale di Cuarón.
L’incontro al vertice tra due mostri sacri sotto l’occhio nevrotico e brillante di Noah Baumbach: Clooney mette il suo carisma consumato e una malinconica autoironia al servizio di un confronto generazionale irresistibile con Adam Sandler, dimostrando come si invecchia sullo schermo senza perdere un grammo di smalto.