In concorso a Orizzonti con La maison du vent, il regista camerunense Auguste Bernard Kouemo Yanghu, in Francia da vent’anni, ribalta la retorica della migrazione per raccontare la malinconia, l’attesa e la solitudine di chi resta.
La maison du vent si deposita addosso a chi guarda come un’attesa fisica, quasi tattile, insieme a una malinconia tanto sottile quanto penetrante: la sensazione di sapere che quell’attesa potrebbe non finire mai. A Yaoundé, Josette fa costruire una maestosa dimora nella speranza di veder tornare i figli emigrati in Europa. Ma per gran parte del film quello spazio resta vuoto, animato solo dal vento dell’assenza e assediato da una natura che sembra volersene impossessare. Tra videochiamate intermittenti e continue richieste di denaro, quella costruzione si trasforma presto in un paradosso amaro: Auguste Bernard Kouemo Yanghu ribalta la retorica convenzionale della migrazione per raccontare non chi parte, ma la solitudine e il vuoto psicologico di chi resta, custode di un legame che la distanza finisce per logorare fino all’irrimediabile.
C’è un senso di sospensione che impregna tutto il film: la casa di Josette appare immobile, attraversata solo dal vento e dalla luce. Da dove nasce questa immagine e come ha lavorato per tradurla in regia?
È un’immagine che ha origine dalla sensazione di vuoto che ho sempre provato quando, tornando in Camerun, vagavo per la casa di famiglia: si traduce nella risonanza e nell’eco degli spazi e degli oggetti. I raggi di sole che accarezzavano le cornici e i soprammobili producevano un senso di desolazione. È stata l’atmosfera di quel luogo, vissuto come un santuario, a dettare il ritmo lento della messa in scena.
Josette, ottantenne, vive sola a Yaoundé e ha un unico obiettivo: convincere i figli, tutti emigrati in Europa, a costruire una casa in Camerun che li riporti da lei. L’amicizia che stringe con Sarah, giovane vicina dal carattere opposto al suo, sembra quasi poter colmare q...
Aveva già diretto la protagonista Josette Kwanya nel corto Les empreintes douloureuses (2015), incentrato su un complesso legame madre-figlia. In La maison du vent le affida un ruolo ispirato e dedicato alla memoria di sua madre. Come ha guidato l’attrice verso un’interpretazione così intima?
Come giustamente nota, conoscevo già l’attrice e la sua capacità di incarnare questo tipo di personaggio, la cui forza risiede nell’interiorità e nella misura. Sul piano pratico, la mia regia è consistita nell’eliminare ogni artificio che potesse snaturare l’interpretazione, per accentuare la fusione tra personaggio e persona. Con i miei attori privilegio il lavoro sulla diegesi del personaggio piuttosto che prove estenuanti, e Josette Kwanya si è dimostrata molto ricettiva verso questo metodo.

Il rapporto di Josette con i figli è frammentato: passa solo attraverso schermi, notifiche e richieste materiali, mentre lei tenta di trattenerli attraverso il miraggio di una dimora che accolga il loro ritorno in patria. Quanto di questa dinamica riflette la sua esperienza tra Africa ed Europa, e quanto le interessa rovesciare la narrazione convenzionale della migrazione?
La maison du vent è un film che racchiude due punti di vista. Uno, evidente, è quello di Josette, che vive una profonda solitudine per la lontananza dei figli; l’altro, sottostante, è il mio: quello di un regista emigrato in Francia che ha lasciato madre, fratelli e amici in Camerun e convive con il senso di colpa intrinseco di essere partito e di essersi allontanato dalle persone che ama.
Le narrazioni sullo spostamento delle persone che mi è capitato di leggere o vedere si concentrano di solito su chi parte, forse perché la dinamica del movimento è più interessante da raccontare rispetto agli elementi statici, cioè a chi resta. O forse chi scrive sceglie questa scorciatoia per assecondare ciò che il pubblico si aspetta: raccontare la miseria e la ricerca di fortuna sempre e solo attraverso lo spostamento. In questo modo, per caratterizzare le popolazioni africane, ci si ferma ai primi due livelli della piramide di Maslow: i bisogni fisiologici, primari. Con questo film ho scelto di lavorare sui livelli successivi, quelli che si tendono a considerare secondari ma che sono puramente psicologici: perché erano esattamente questi i bisogni che leggevo nello sguardo e sui volti delle persone a cui voglio bene ogni volta che tornavo in Camerun o parlavo con loro su WhatsApp.

La maison du vent ha ricevuto il sostegno del workshop Final Cut in Venice nel 2025, approdando ora in concorso a Orizzonti. In che misura quel passaggio è stato decisivo per la post-produzione e il completamento dell’opera?
Posso dire senza timore di smentita che, senza il workshop Final Cut in Venice del 2025, saremmo ancora al banco di montaggio o alla ricerca di fondi per completare il film. Ci tengo a esprimere tutta la mia gratitudine ad Alessandra Speciale e al suo team per la spinta fondamentale che questo laboratorio ha dato al progetto. È grazie a questo percorso che siamo entrati in contatto con il Doha Film Institute, il Red Sea Film Festival, M74 e molte altre realtà: istituzioni diventate partner determinanti nella post-produzione. Final Cut in Venice, attraverso le sue selezioni, i suoi premi e il lavoro di affiancamento, è un autentico trampolino di lancio per il cinema internazionale, in particolare per quello del Sud del mondo.