A partire da La città dei vivi di Nicola Lagioia, Edoardo Gabbriellini firma la regia di un film che sceglie la misura del pudore e della prossimità per attraversare una vicenda ancora dolorosamente presente, l’omicidio di Luca Varani del marzo 2016. Un racconto intimo, dove lo spazio urbano e l’umanità che lo abita diventano parte integrante dello sguardo.
Nelle note di regia ha parlato di «pudore e tenerezza» nell’avvicinarsi alla storia di Luca. Quanto la consapevolezza di raccontare una ferita ancora così presente ha determinato i limiti che si è posto nel lavoro di direzione e di messa in scena?
Ho parlato di pudore e tenerezza perché sono stati, in fondo, i sentimenti che hanno mosso il mio sguardo fin da quando sono venuto a conoscenza del fatto, quando è accaduto. Nel momento in cui ho deciso di ispirarmi a questa vicenda per una traduzione cinematografica, quei sentimenti sono rimasti una sorta di timone, orientando sia la direzione degli attori sia le scelte di messa in scena. Durante tutto il periodo delle riprese ho sentito questo sentimento farsi sempre più forte, forse proprio per la consapevolezza di confrontarmi con una ferita ancora così presente, come sottolinea la domanda.
Il film racconta un frammento della vita di Luca Varani, il ventitreenne ucciso a Roma nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016, prima che diventasse una notizia di cronaca. Liberamente ispirato al romanzo Premio Strega di Nicola Lagioia, segue Luca nei suoi giorni qualunque: la...
Qual è stata la sfida principale nel confrontarsi con un libro tanto potente e complesso? In cosa il film si discosta maggiormente dal romanzo?
Il libro è un grande disegno corale che ingloba e descrive tanti strati di Roma, dal punto di vista sociale e antropologico, attraverso le diverse personalità coinvolte in questa vicenda. Di conseguenza, la cosa più logica ci è sembrata quella di stringere la lente e trasformare questo grande affresco in un racconto più intimo. Questa è, probabilmente, la differenza più sostanziale. Sperando, ovviamente, di riuscire a mantenere quel senso profondo che è racchiuso nel romanzo.

Ha definito questo film un «racconto di formazione interrotto, punteggiato da tutta l’umanità intorno al protagonista, che diventa un coro, o meglio la musica che scandisce il ritmo e l’atmosfera della città in cui si muove». Quanto è centrale lo spazio urbano nella costruzione della storia?
Credo che lo spazio urbano che occupiamo, che modelliamo e che spesso subiamo, sia fondamentale per tutti noi. E, di conseguenza, lo è anche per i personaggi di questa storia, per i loro percorsi e per la sorte che, muovendosi dentro quello spazio, vanno componendo.