Che cosa dà gioia alla vita? O, piuttosto, che cos’è la gioia di vivere? Può il cinema alimentarla, persino perpetuarla? E quale cinema? Luca Guadagnino sembra inseguire queste domande inseguendo a sua volta Bernardo Bertolucci, verso il quale nutre più che un’ammirazione, una sorta di filiazione cinefila.
Al Lido, dove riceve il Cartier Glory to the Filmmaker Award, lo dimostra con un film fiume che tenta una rilettura critica: Joie de vivre. Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del ventesimo secolo che non esiste più.
Sette ore e quindici minuti che hanno un’origine lontana (nel 2013 Guadagnino aveva realizzato Bertolucci on Bertolucci, presentato a Venezia) perché nascono dal bisogno di rivendicare una patria ideale. Per un regista cresciuto nei primi anni di vita ad Addis Abeba in Etiopia, e a lungo considerato un “outsider” in Italia (prima di diventare un regista anche americano), l’universo di Bertolucci è la vera terra d’origine in cui radicarsi.
Guadagnino si è imposto con un cinema personale e tattile al tempo stesso, dimostrando che lo schermo non si guarda soltanto, ma in qualche modo si abita. Considera il cinema come un’alta forma di artigianato, cosa che lo spinge a rifiutare la dittatura dello storyboard preferendo scoprire l’inquadratura direttamente sul set, attraverso l’interazione tra la luce, la macchina da presa e la fisicità degli attori.
Un’opera monumentale che si interroga sul ruolo e sul significato profondo del cinema moderno, prendendo come metro di giudizio il lavoro di Bernardo Bertolucci, di cui Guadagnino si è già interessato in passato. Lo storico regista parmense fornisce gi elementi per portare...
Inseguendo un dichiarato horror vacui, la scena che inventa contiene un universo di oggetti sentimentali, in cui la consistenza di un tessuto, la luce che taglia una stanza o il suono di un respiro acquistano la stessa dignità narrativa di una battuta. Non stupisce che dal 2017 Guadagnino abbia uno studio di interior design. Il regista arriva a trattare i corpi stessi degli attori come elementi volumetrici, come oggetti carnali e desideranti, ma spinti da un desiderio penetrato dal sentimento. Dall’adulterio sensuale di Emma in Io sono l’amore alla ricerca disperata di Lee in Queer, forse il suo film più personale, dal paesaggio-memoria di Chiamami col tuo nome ai dilemmi etici di After the Hunt, Guadagnino pratica un’anatomia di questo sentimento desiderante, filmandone gli strati, le attese e le persistenze, dilatando il tempo perché il sentimento, a differenza dell’emozione, ha bisogno di tempo per essere percepito. È il contrario dell’emozione istantanea, è un basso continuo, è la Stimmung che connota la gettatezza di cui parla Heidegger in Essere e tempo. È il basso continuo di un cinema che espone lo spettatore all’ambiguità morale della realtà, alla forza deformante del desiderio, alla delicatezza della gioventù e alla fragile persistenza della memoria. E forse proprio qui si nasconde una particolare forma di joie de vivre: quella che non pretende di possedere il mondo, ma continua ostinatamente a desiderarlo, cercando la gioia persino nelle pieghe del dolore.