Non molti registi collegano i vari temi del loro cinema, formando un tutto coerente, con la stessa facilità e leggerezza di Koreeda Hirokazu. La materia di cui è impastato in primo luogo il suo cinema è il tempo e l’importanza dei ricordi.
Infatti nel burocratico aldilà provvisorio di After Life c’è un unico ricordo che il defunto può portarsi dietro (buffamente ricreato dallo staff in forma di cinema) quando va oltre. La memoria, quindi, e la morte. Koreeda sa bene che la nostra psicologia ci porta a vedere negli altri una sola faccia, e col tempo i ricordi tendono a ‘ossificarsi’: ma, come cambia la vita, così può riassestarsi anche la memoria. Fin dal suo primo film, Maborosi, Koreeda ci parla dell’elaborazione del lutto, del fare i conti con la perdita (Still Walking, Little Sister). Tutto il suo cinema è attraversato da fantasie sul ritorno dei morti, magari in forma di farfalla: in Sheep in the Box – con gli “umanoidi”, robot identici alle persone perdute – questo ritorno è raggiunto per via tecnologica (ma anche qui appare un attimo una farfalla, come ologramma pubblicitario). Un tema cardine del suo cinema è la famiglia, che non è intesa solo come parentela.
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Vero che in Koreeda ci sono famiglie carnali (e abbastanza disfunzionali), per esempio inø e Ritratto di famiglia con tempesta. Ma fondamentalmente la famiglia è una comunità, spesso marginale: dalla libera unione dei taccheggiatori di Un affare di famiglia al bizzarro gruppo de Le buone stelle fino al commovente finale “secessionista” nella foresta di Sheep in the Box.
Da tutto questo deriva l’incessante ode di Koreeda alla resistenza, anche nel disastro e nella disperazione. Ne è un esempio bellissimo e straziante Nobody Knows; oppure, su un piano meno doloroso, l’altrettanto bello Little Sister. Sul piano narrativo, il regista oscilla fra due tipi di cinema. Da un lato abbiamo film più strutturati sul piano drammaturgico: a questi appartiene Sheep in the Box, al pari de Le buone stelle o del “dostoevskiano” Il terzo omicidio.

In altri film Koreeda mostra una tendenza “non drammaturgica”, basata sul quieto agire dei personaggi, sull’accumularsi dei fatti quotidiani in un “nocciolo di tempo”, infine sconvolto da un’improvvisa crisi di passaggio, che può essere ad esempio un tifone: Koreeda ha una passione per i tifoni («rischiarano l’aria»). In questo senso, più che a Ozu, al quale viene spesso accostato, somiglia a Naruse Mikio, un altro grandissimo del cinema giapponese, purtroppo meno conosciuto da noi. Regista gentile e mai tetro, pieno d’immediatezza e umanità, Koreeda mantiene una risonanza metaforica. È un autore ricco di impliciti. Ne è un esempio recentissimo proprio Sheep in the Box, forse il miglior contributo sul tema dei robot fin dai tempi di Isaac Asimov, che sotto l’apparenza semplice è un’impegnativa riflessione filosofica sull’identità, sul nostro rapporto con le macchine e, più in là, sul rapporto fra l’inorganico e l’organico delle piante bypassando l’essere umano.