Pulsione vitale

Cédric Kahn in Concorso con 15/18: tra le mura del reparto, la rinascita dei ragazzi
di Delphine Trouillard
  • venerdì, 4 settembre 2026

In Concorso con 15/18 (A Place to Heal), Cédric Kahn entra in un reparto di neuropsichiatria per adolescenti, dove pulsioni di morte e desiderio di libertà convivono con una sorprendente vitalità. Tra osservazione del reale e finzione, il regista orchestra un’opera toccante e luminosa sulla giovinezza contemporanea e sulle sue ferite.

Dopo l’esperienza nei reparti di neuropsichiatria infantile, cosa le ha fatto capire che questa realtà poteva diventare un film?
Il progetto nasce molto tempo fa, prima che la salute mentale, e in particolare quella degli adolescenti, diventasse un tema così presente nel dibattito pubblico francese. Non sono quindi partito dall’urgenza di affrontare un argomento di attualità, anche se oggi il film inevitabilmente dialoga con una questione di cui in Francia si parla molto. Nei miei film ho sempre parlato di crisi, manipolazione e condizionamento, soprattutto parentale, e interessarmi alla psichiatria è stata una naturale prosecuzione di questo percorso. In un primo momento avevo pensato di ambientare la storia nella psichiatria degli adulti, concentrandomi soprattutto sugli operatori sanitari, ma ho trovato quell’universo estremamente duro. Ho scelto allora di spostare lo sguardo sulla neuropsichiatria infantile, perché per raccontare le pulsioni di morte e i drammi legati ai disturbi psichiatrici sentivo il bisogno di contrapporre una forza vitale, molto più intensa negli adolescenti. Per dare maggiore autenticità al racconto ho trascorso molto tempo accanto a veri psichiatri. Il primario nel film si ispira a un medico incontrato durante questa esperienza, criticato talvolta per i suoi metodi molto diretti. Condivido però con lui una convinzione: la parola franca e diretta può davvero avere un potere terapeutico.

Ha affermato che il suo intento non era quello di realizzare un film militante. Cosa allora spera possa suscitare nello spettatore?
Non è un film militante, ma la psichiatria è comunque un tema profondamente politico, perché intercetta molte delle fratture e dei malfunzionamenti della nostra società. Il modo in cui affrontiamo la malattia mentale dice molto della nostra capacità, come collettività, di essere all’altezza del problema. Rispetto a trent’anni fa è un argomento molto meno tabù, e questo è già un progresso. Nessuno degli adolescenti scelti per il cast, per esempio, mostrava pregiudizi nei confronti della follia: erano molto aperti a parlarne e a interpretare personaggi in crisi. Credo che cambiare lo sguardo sulla malattia mentale cominci proprio da qui, dalla capacità di ascoltare e di immedesimarsi senza giudicare.

Il film attraversa una grande sofferenza, eppure lei ha parlato del desiderio di realizzare un’opera che fosse anche “gioiosa”. Perché era importante evitare un tono soltanto cupo?
È una realtà di cui sono stato testimone nei reparti psichiatrici che ho visitato. Tra gli adolescenti c’è una vitalità straripante, un continuo intreccio di relazioni. In quello spazio sono alla pari, protetti dallo sguardo degli altri e dalla violenza del mondo esterno, e questo crea una complicità e un affetto molto intensi. Ovunque emerga qualcosa che richiami la morte, la vita sembra reagire con ancora più forza. Vale per i ragazzi, ma anche per il personale sanitario. Il reparto non è soltanto un luogo di isolamento; è anche uno spazio collettivo, di vita e di lavoro condiviso. E c’è un paradosso che mi ha molto colpito: gli adolescenti pensano continuamente a uscire, ma quando arriva il momento delle dimissioni spesso non vogliono più andarsene.

La fuga di Eloïse ed Enzo rappresenta un momento di svolta. Era necessario uscire dal reparto per ritrovare un impulso vitale?
Si tratta di un’accelerazione narrativa. Il film condensa in 24 ore ciò che nella realtà richiederebbe diverse settimane o mesi. La fuga riassume perfettamente il cuore del discorso, che è l’incontro tra pulsione di distruzione e pulsione di vita. I ragazzi appiccano il fuoco, rompono tutto, ma nello stesso tempo si riappropriano di una libertà vitale. È qui che interviene anche il personaggio di Hannibal, una figura mitica di ribelle assoluto che spaventa gli operatori e affascina i ragazzi, dando loro in un certo senso lo slancio per partire. Per Enzo ed Eloïse la fuga provoca una presa di coscienza. Gli psichiatri parlano spesso di uno “scatto” che permette di riconnettersi con la natura, il vento, gli elementi. Per Eloïse ce n’è poi un secondo, che permette a un ricordo sepolto di riaffiorare. Non intendo però mettere in discussione il sistema ospedaliero. In alcuni casi interrompere temporaneamente i legami con l’esterno, dai telefoni al contesto familiare, può essere indispensabile per proteggere ragazzi in pericolo. Molto spesso la vera difficoltà non è entrare in ospedale, ma ritornare in famiglia.

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