Tre sguardi non allineati, liberi e refrattari alle definizioni di comodo. A Venezia 83 la guida delle giurie internazionali racconta un cinema che scardina le certezze: Maggie Gyllenhaal per il Concorso principale, Valérie Donzelli per Orizzonti e Carolina Cavalli per l’Opera Prima “Luigi De Laurentiis”.
«Non sarò lì per giudicare, ma per lasciarmi guidare dalla curiosità, dall’ammirazione e dalla passione». Si rivela così l’attrice, sceneggiatrice e regista statunitense Maggie Gyllenhaal nelle vesti di Presidente della Giuria di Venezia 83. Un’anima libera e refrattaria ai canoni industriali, quella di Maggie, che torna a Venezia a cinque anni dall’esordio da regista con The Lost Daughter, che le valse il premio per la miglior sceneggiatura, con una storia capace di demolire i canoni classici della maternità. Cresciuta in una famiglia d’arte, ha evitato il rischio di facili scorciatoie dando corpo a figure femminili complesse, da Secretary (2002) alla candidatura all’Oscar per Crazy Heart, alla vittoria del Golden Globe per la miniserie The Honourable Woman. Una ricerca sul corpo e sulla voce delle donne che l’ha richiamata alla regia. «Il seme della curiosità – ha raccontato – è nato dal mio ruolo in The Deuce: sono spesso i miei personaggi a darmi la forza di sperimentare». Così vestire i panni di Candy, prostituta che rivendica la propria autonomia diventando regista nell’industria del porno, è stata la scintilla che l’ha portata a pretendere il controllo della narrazione. Esplorazione che quest’anno è proseguita con The Bride!, rilettura della Sposa di Frankenstein. Non un horror canonico, ma una «celebrazione di tutte le parti di ognuno di noi che non entrano nella scatola in cui ci è stato detto che dobbiamo entrare». Dalla corsa per il Leone alla guida della Giuria di Orizzonti. Solo un anno fa Valérie Donzelli conquistava la Mostra ottenendo il premio per la miglior sceneggiatura con La mattina scrivo, pellicola – accolta con calore internazionale e tratta dall’autobiografia di Franck Courtès – che esplora la ferma decisione di chi è pronto a rinunciare a ogni certezza materiale pur di dare ascolto alla propria voce letteraria. «Questa scelta radicale e profondamente personale mi ha molto toccata», ha spiegato la regista, descrivendo un’opera nata dal «bisogno di creare, qualunque cosa accada». Un’urgenza che appare come il filo conduttore anche della sua filmografia. Un percorso iniziato tra gli studi di architettura e il lavoro di attrice, prima di trovare la consacrazione nel 2011 con La guerra è dichiarata. Qui Donzelli ha intrapreso la via più audace: trasporre sullo schermo la vicenda reale della malattia e della guarigione del figlio, tramutando un dramma privato in un inno vitale. Da quel debutto folgorante, passando per la favola nera dell’amore proibito di Marguerite e Julien fino al recente, premiato, Il coraggio di Blanche – cronaca di resistenza e riscatto di fronte a un marito possessivo – la regista ha saputo unire l’analisi sociale anche a una sottile, acuta ironia. Uno sguardo libero e sensibilmente attento alle fragilità umane, che ora Donzelli utilizzerà – da presidente – per decifrare le nuove rotte del cinema contemporaneo.
Quattro anni fa Carolina Cavalli svelava al Lido il suo lungometraggio d’esordio, Amanda, nella sezione Orizzonti Extra e oggi vi fa ritorno come presidente della Giuria del Premio Opera Prima. Nelle sue interviste la cineasta ha più volte sottolineato il valore cruciale che assegna ai concorsi per permettere ai nuovi autori di affermarsi da protagonisti nel mondo del cinema, avendone provato l’importanza in prima persona. La sua strada è iniziata – allora come sceneggiatrice – proprio così nel 2018, partecipando e vincendo il premio Solinas con la serie Mi hanno sputato nel milkshake: «Le giurie guardano opere “anonime”, non accompagnate da curriculum, e c’è più possibilità per gli autori e registi emergenti di affermarsi», ha dichiarato. Poi la consacrazione alla Mostra del Cinema che le ha spalancato le porte del grande pubblico, il quale ha apprezzato la sua estetica anche nel successivo Il rapimento di Arabella: un cinema di atmosfere sospese e personaggi segnati da una profonda inquietudine. Per la cineasta, le curiose “stranezze” delle sue protagoniste non sono eccentricità di facciata, ma riflessi di vita reale: «A me sembra sempre di prendere i miei personaggi dalla realtà: conosci persone e vedi dei sintomi, delle stranezze, che però abbiamo tutti. Siamo umani».