• martedì, 8 settembre 2026

DAY 7

di F.D.S.

Nei film di Tsai Ming-liang gli attori si muovono nelle case e nelle strade di Taipei con la lentezza e l’ineluttabilità di fantasmi. Non parlano, praticano un sesso biologico più vicino alle bestie che agli umani, abitano case in rovina spesso allagate, condannati da una solitudine che li costringe a un eterno incrociarsi senza mai toccarsi davvero. Sono presenze infestanti, come dice uno degli attori di Goodbye, Dragon Inn: «Questo cinema è infestato di fantasmi». In questo film Tsai commemora la fine del fantasma del cinema del passato, quello che celebrava la gloria mitologica dell’Oriente con film epici, marziali, popolati da eroi in perpetuo duello. Ma dopo aver vagato alla ricerca di piaceri erotici nei bagni del cinema di Taipei che per l’ultima sera proietta Dragon Inn, dove vanno i fantasmi di Tsai Ming-liang? Quali rovine metropolitane li ospitano? Sembra di intravedere, nella cronologia dei suoi film, come un percorso di totale decadimento economico e sociale: si parte dall’appartamento di lusso di Vive l’amour, dove i tre protagonisti entrano ed escono quasi inconsapevolmente, si attraversano poi le case della piccola borghesia taiwanese di The River, per infine arrivare con I Don’t Want to Sleep Alone al lumpen proletariat degli emigrati bengalesi a Kuala Lumpur, le cui vite si consumano in un edificio abbandonato. Ma è con Stray Dogs del 2013 che si arriva al grado zero: un’intera famiglia si aggira per Taipei senza una casa, incontrandosi di notte per lavarsi nei bagni pubblici per poi finire a dormire in luoghi diroccati. Questo scivolamento ineluttabile verso la pura sopravvivenza animale è l’aspetto del cinema di Tsai che più mi colpisce oggi. Se fino a vent’anni fa a farlo era la natura immersiva del suo cinema, la sua abilità di utilizzare la dilatazione temporale delle riprese e l’inconsistenza delle storie per giungere a una sorta di vertigine sensoriale, in grado di trasformare la nostra percezione, oggi questo aspetto mi interessa assai meno, toccato e colpito come invece sono dall’oggettività inflessibile con cui la sua camera ci restituisce il persistere di un legame familiare all’interno di una povertà assoluta sopportata senza nessun commento. Koreeda ci era arrivato assai vicino, ma per costruirci sopra una riflessione su come la povertà estrema può cambiare radicalmente la natura dei legami di una famiglia. Tsai viceversa non offre nessun orizzonte di speranza, proseguendo imperterrito a regalarci il suo cinema di raggelante intensità, in cui i fantasmi di un tempo si sono trasformati in bestie silenziose.

Ali Asgari appartiene alla generazione più giovane dei registi iraniani affermatisi a livello internazionale: circa dieci anni meno di Farhadi e Rasoulof, oltre venti rispetto a Panahi e Makhmalbaf, quaranta rispetto a Kiarostami. Al di là delle specificità di ciascuno di loro, appare chiaro che, da Kiarostami ad Asgari, il cinema iraniano ha conosciuto una radicale traslazione geografica del suo paesaggio, una trasformazione totale dei luoghi del centro d’interesse narrativo.
Nella nutrita squadra francese (quattro registi) che partecipa al Concorso di questa edizione della Mostra una bella sorpresa potrebbe venire da Nicolas Pariser, un cinquantenne parigino dai molteplici studi giovanili che prima di passare alla regia è stato critico cinematografico, secondo un preciso percorso santificato dalla Nouvelle Vague. Questo intrigante autore transalpino presenta oggi in Concorso Un peu avant minuit, con Melvil Poupaud e Chiara Mastroianni, girato tra Parigi e Ferrara. La filmografia di Pariser è abbastanza scarna, avendo cominciato a girare lungometraggi solo una decina di anni fa: tre i film da lui sin qui diretti, oltre a quello qui in Mostra, due dei quali distribuiti anche in Italia...
Progetti totali come quello concepito da Ilya Khrzhanovsky con il progetto DAU  – ossia realizzare un film sulla vita di un genio russo della fisica, Lev Landau, attraverso la costruzione di un enorme set di 12.000 metri quadri che riproduce l’Istituto di Problemi Fisici di Mosca, dove Landau approdò nel 1937, avviando 392.000 provini per arrivare a 10.000 comparse, tutte rigorosamente non attori, e girando per due anni scene di questa umanità in movimento all’interno del set senza che esistesse un copione e senza concepire ripetizioni della scena...
Nei film di Tsai Ming-liang gli attori si muovono nelle case e nelle strade di Taipei con la lentezza e l’ineluttabilità di fantasmi. Non parlano, praticano un sesso biologico più vicino alle bestie che agli umani, abitano case in rovina spesso allagate, condannati da una solitudine che li costringe a un eterno incrociarsi senza mai toccarsi davvero. Sono presenze infestanti, come dice uno degli attori di Goodbye, Dragon Inn: «Questo cinema è infestato di fantasmi»...
Confesso che la mia frequentazione del genere horror è praticamente nulla. La mia amigdala schiavizza da sempre la corteccia prefrontale: mi basta la scena in cui Grace Kelly entra nella casa di Raymond Burr per farmi scattare le mani con le dita a griglia davanti agli occhi, a proteggerli dalla visione del Male. L’horror è la porta d’ ingresso del male che attenta alla pace della mia comunità...
Chissà se anche in Possible Love, il film di Lee Chang-dong che verrà proiettato oggi, c’è una scena dentro un karaoke. A memoria, nei sei film che ha girato finora cinque contengono scene in cui appare un karaoke (manca in Burning solo perché uno dei protagonisti è un ragazzo ricco che porta i suoi amici a ballare in un locale di lusso). Il karaoke in Corea del Sud non è necessariamente un momento di esibizionismo e di caciara collettiva; spesso rappresenta uno strumento di inclusione all’interno di un gruppo oppure uno sfogo individuale da farsi in stanzette concepite allo scopo, al massimo per due persone...
Ho visto tanti documentari musicali, quasi tutti molto buoni, ma questo ha davvero un’intensità rara. Si apre con i due fratelli che decidono di rimettersi insieme per questo tour inaspettato: c’è la diffidenza iniziale, ci sono le prime prove, in cui si guardano ancora a distanza, con una tensione evidente. Poi parte il tour e il primo concerto a Cardiff è semplicemente pazzesco....
Ultimi dieci anni della carriera artistica di Paul Schrader: un capolavoro senza se e senza ma (First Reformed del 2017), due ottimi film come Il collezionista di carte del 2021 e Il maestro giardiniere del 2022, un buon film con dei problemini di fluidità narrativa come Oh, Canada – I tradimenti del 2024. Oggi, a testimoniare non solo un altissimo livello qualitativo, ma anche una costanza produttiva non così ovvia per un ottantenne, Paul Schrader presenta Fuori Concorso The Basics of Philosophy, ennesima riflessione sull’offuscamento del diritto alla felicità che sta dentro la Costituzione degli Stati Uniti...
Comunità in conflitto attraversate da incomprensioni irrazionali, luoghi remoti intrisi di bellezza ove allignano odii biologici che portano i protagonisti alla guerra senza requie: pochi i film diretti da Martin McDonagh (quattro, dopo una carriera da ragazzo prodigio del teatro inglese), ma tutti o quasi accomunati da questo schema. Che si tratti dei due sicari de In Bruges, spediti da Londra nella città fiamminga in attesa che si plachino le acque ma che si trovano immersi in un ambiente ostile e paranoico...

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