Nei film di Tsai Ming-liang gli attori si muovono nelle case e nelle strade di Taipei con la lentezza e l’ineluttabilità di fantasmi. Non parlano, praticano un sesso biologico più vicino alle bestie che agli umani, abitano case in rovina spesso allagate, condannati da una solitudine che li costringe a un eterno incrociarsi senza mai toccarsi davvero. Sono presenze infestanti, come dice uno degli attori di Goodbye, Dragon Inn: «Questo cinema è infestato di fantasmi». In questo film Tsai commemora la fine del fantasma del cinema del passato, quello che celebrava la gloria mitologica dell’Oriente con film epici, marziali, popolati da eroi in perpetuo duello. Ma dopo aver vagato alla ricerca di piaceri erotici nei bagni del cinema di Taipei che per l’ultima sera proietta Dragon Inn, dove vanno i fantasmi di Tsai Ming-liang? Quali rovine metropolitane li ospitano? Sembra di intravedere, nella cronologia dei suoi film, come un percorso di totale decadimento economico e sociale: si parte dall’appartamento di lusso di Vive l’amour, dove i tre protagonisti entrano ed escono quasi inconsapevolmente, si attraversano poi le case della piccola borghesia taiwanese di The River, per infine arrivare con I Don’t Want to Sleep Alone al lumpen proletariat degli emigrati bengalesi a Kuala Lumpur, le cui vite si consumano in un edificio abbandonato. Ma è con Stray Dogs del 2013 che si arriva al grado zero: un’intera famiglia si aggira per Taipei senza una casa, incontrandosi di notte per lavarsi nei bagni pubblici per poi finire a dormire in luoghi diroccati. Questo scivolamento ineluttabile verso la pura sopravvivenza animale è l’aspetto del cinema di Tsai che più mi colpisce oggi. Se fino a vent’anni fa a farlo era la natura immersiva del suo cinema, la sua abilità di utilizzare la dilatazione temporale delle riprese e l’inconsistenza delle storie per giungere a una sorta di vertigine sensoriale, in grado di trasformare la nostra percezione, oggi questo aspetto mi interessa assai meno, toccato e colpito come invece sono dall’oggettività inflessibile con cui la sua camera ci restituisce il persistere di un legame familiare all’interno di una povertà assoluta sopportata senza nessun commento. Koreeda ci era arrivato assai vicino, ma per costruirci sopra una riflessione su come la povertà estrema può cambiare radicalmente la natura dei legami di una famiglia. Tsai viceversa non offre nessun orizzonte di speranza, proseguendo imperterrito a regalarci il suo cinema di raggelante intensità, in cui i fantasmi di un tempo si sono trasformati in bestie silenziose.
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