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C’è sempre qualcuno che lava i piatti, mentre gli altri danzano. È da questa verità elementare che per Familie Flöz nasce Feste, in scena al Teatro Goldoni dal 10 al 12 aprile: una villa sul mare, un matrimonio in fervente preparazione, e tutto ciò che accade fuori dalla sala da ballo.
La compagnia berlinese – fondata nel 1993 e oggi tra le voci più originali del teatro di maschera contemporaneo – ha sviluppato nel tempo un linguaggio scenico riconoscibile in tutto il mondo, costruito sull’uso di maschere parziali che lasciano libero il corpo e annullano la parola. Oltre vent’anni di tournée internazionali, produzioni accolte in decine di Paesi e una capacità rara di parlare a pubblici diversissimi senza tradursi mai: non c’è niente da capire, solo da guardare.
Con Feste la compagnia torna a un procedimento già collaudato in Teatro Delusio – mostrare il backstage, ciò che accade dietro le quinte della festa, non dalla sala con i tavoli ma dal cortile dove lavorano il custode, il cuoco, la donna delle pulizie, il direttore. Invisibili ai padroni, visibilissimi allo spettatore. Tra loro cerca rifugio una giovane donna incinta, impaurita, tra i sacchi della spazzatura, che con la propria sola presenza finisce per cambiare qualcosa nell’equilibrio di tutti. Quello che colpisce è la densità in scena: una ventina di personaggi abitano il cortile, eppure dietro le maschere ci sono solo tre attori, Andres Angulo, Johannes Stubenvoll e Thomas van Ouwerkerk, anche autori dello spettacolo insieme a Hajo Schüler e Michael Vogel. È un piccolo miracolo di economia teatrale.
I personaggi sono tutti intrappolati nelle loro gerarchie, incapaci persino di parlarsi, capaci però di un unico sentimento per volta, e di sprigionarlo alla massima potenza. La comunicazione si insinua altrove: negli oggetti che passano di mano in mano, nei profumi, in un grembiule donato in silenzio a chi non ha niente, che vale più di qualsiasi discorso.
Il rischio di questo teatro è che la perfezione formale diventi prevedibile, che il contrasto ricco/povero risulti troppo ordinato per sembrare davvero “sporco di vita”. Ma quando la macchina si inceppa nel modo giusto, quando un gesto rompe la simmetria, l’arte di Familie Flöz raggiunge una qualità rara: quella di raccontare l’umano senza nominarlo mai.