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In occasione del progetto New Echo System, realizzato in collaborazione con Pro Helvetia Venezia, l’8 luglio il giardino delle sculture della Collezione Peggy Guggenheim si trasforma in uno spazio di ascolto e sperimentazione sonora con il live set del trio svizzero Löwenzahnhonig. Era il pieno dell’estate quando i Löwenzahnhonig si trasferirono nel fienile. Nessuno studio di registrazione, nessun rumore cittadino, nessuna preoccupazione quotidiana. Solo l’aria, densa di polvere dorata e del profumo dei fiori, la luce lattiginosa che filtrava tra le fessure delle travi di legno e una collezione di strumenti che sembravano provenire da un’altra epoca. Lì, in un luogo dove il tempo non conosce scadenze, è nato Kirschblütenboogie (letteralmente: “Boogie dei fiori di ciliegio”). È un album che assomiglia a un film in Super 8 trasformato in musica: scintillante, dai colori sbiaditi dal sole, silenziosamente preciso, come se qualcuno avesse rallentato il ritmo della musica pop per permetterle di respirare di nuovo. Le linee di chitarra si insinuano dalle finestre come raggi di sole, il basso è un narratore paziente e la batteria pensa più ai paesaggi che ai battiti. La musica di questa band strumentale svizzera è una poetica della lentezza. Chi ascolta può cogliere fugaci ombre dei Khruangbin, le cui linee di chitarra sembrano essere state inviate in un viaggio nel tempo. Ma i Löwenzahnhonig portano qualcosa di completamente loro: una sorta di zen-surf alpino, sognante ma preciso. Una musica che riporta alla luce qualcosa che era rimasto sepolto sotto strati di volume e urgenza. Ascoltare questa musica è come trovare un vecchio album fotografico in soffitta: non si conosce nessuna delle persone ritratte, eppure, in qualche modo, sembra appartenere anche a noi. Un loro concerto è come una macchina del tempo, e la band sta lentamente ma con decisione ritagliandosi un posto nella memoria del presente.