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Otto artisti di Biennale Arte raccontano la loro idea di "minore"
di Marisa Santin

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Partendo dall’invito di Koyo Kouoh a mettersi all’ascolto del “minore”, di ciò che resta ai margini, abbiamo chiesto ad alcuni degli artisti di In Minor Keys come questa idea risuoni nelle loro pratiche e nei lavori presentati ai Giardini e in Arsenale per la Biennale Arte. Ne è emerso un mosaico di voci che parlano di frammenti, cura, gioco, memoria, resistenza, possibilità.

La Biennale 2026 prende forma attorno a In Minor Keys, tema e titolo della mostra concepiti dalla curatrice Koyo Kouoh. Il suo progetto invita ad ascoltare ciò che solitamente resta in sottofondo: vibrazioni sottili, narrazioni laterali, forme di sensibilità che non cercano il centro della scena. Abbiamo chiesto ad alcuni degli artisti di Biennale Arte in che modo questa idea di “minore” entra in risonanza con il loro modo di pensare e di fare arte. Nelle loro parole, il “minore” diventa potere nascosto per Nolan Oswald Dennis, sopravvivenza nei frammenti per Mohammed Joha, attenzione e gioco per Nina Katchadourian, cura e genealogia per Natalia Lassalle-Morillo. Ma anche resistenza silenziosa, memoria ferita, immagine disinventata, significato che affiora nel tempo, come suggeriscono Manuel Mathieu, Avi Mograbi, Alan Phelan e Raed Yassin. Ne è uscito un mosaico di interpretazioni in cui il minore non riduce, ma apre spazi di ascolto, relazione e possibilità.

 

NOLAN OSWALD DENNIS
L’arte come eco del mondo

L’opera d’arte è per me soprattutto suggerimento e riflessione, un’eco del mondo stesso. Una piccola parte di una domanda molto più ampia. Il tema proposto da Koyo Kouoh ci ricorda che anche il “minore” è una fonte di potere: nelle pratiche artistiche questo si traduce nell’invito a guardare e ascoltare da vicino, nel cogliere ciò che sembra impercettibile o vedere ciò che appare invisibile, e di condividerlo con gli altri in modo significativo. Rimanere dentro la tensione delle tonalità minori ci permette di riconoscere le dimensioni politiche e poetiche, spesso nascoste, che ci attraversano.

 

MOHAMMED JOHA
Il collage, ricomporre i frammenti

Il mio progetto, No Shelter, si accorda al tema In Minor Keys in quanto prende forma da frammenti di materiali e da tracce di memoria spesso trascurate o rese invisibili. Lavoro con materiali di recupero – tessuti, carta, cartone, plastica – che riassemblo attraverso il collage come risposta a ciò che è stato distrutto, nei luoghi e nell’architettura. Il progetto nasce dalla mia esperienza a Gaza. Sebbene io viva in Europa da oltre vent’anni, Gaza resta centrale nella mia pratica. La perdita di alcuni membri della mia famiglia, della casa e di centinaia di opere ha trasformato il ricostruire in un linguaggio artistico quotidiano, in cui la memoria diventa materia, non più solo un’idea astratta. In questo senso, “no shelter” (“senza riparo”) non rimanda solo allo sradicamento, ma a una condizione esistenziale più ampia: senza casa, ma non senza una terra. Il “minore” diventa uno spazio di sopravvivenza, in cui la vita persiste nei frammenti, nei residui, nelle forme incompiute.

 

NINA KATCHADOURIAN
Il gioco è una cosa seria

Gran parte del mio lavoro trae ispirazione da ciò che ci circonda ma a cui raramente prestiamo attenzione. Cerco di offrire ragioni per osservare più da vicino. Avviato nel 2010, il progetto Seat Assignment, ad esempio, è il risultato di undici anni di produzione artistica realizzata utilizzando solo il telefono cellulare e materiali trovati di volta in volta sui voli che ho preso in quel periodo. Volevo mettere alla prova cosa fosse possibile rappresentare entro i vincoli temporali, spaziali, materiali e sociali di una cabina d’aereo. Per questa Biennale, invece, mi concentro sul gioco, che, per quanto possa sembrare qualcosa di leggero o frivolo, è in realtà una forma di ricerca. Alcuni dei temi più seri possono essere affrontati proprio in questo spirito.

 

NATALIA LASSALLE-MORILLO
Una diversa forma di relazionalità

Sono rimasta profondamente colpita dall’idea di una “chiave minore” intesa come metafora di una diversa forma di relazionalità – fondata sulla cura e sui legami affettivi che sviluppiamo in comunione con gli altri. O, per citare Koyo, «le oasi, le isole, dove si tutela la dignità di tutti gli esseri viventi». Per la Biennale presento un progetto sviluppato in collaborazione con mia madre, Gloria Morillo. È un lavoro che abbraccia oltre dieci anni di pensiero e di lavoro condivisi (anche se direi che la nostra collaborazione è iniziata trentacinque anni fa, il giorno in cui mi ha dato alla luce). Considero questo processo come una delle isole descritte da Koyo: un territorio in cui io e mia madre abbiamo potuto riallineare il suo rapporto con il passato, tentando di spezzare cicli di trasmissione generazionale. Costruire complicità e relazioni famigliari con chi collaboro è un processo lento, silenzioso e rigoroso, che cerco di proteggere dai ritmi e dalle pressioni del mondo dell’arte.

 

MANUEL MATHIEU
La bellezza è nascosta, lontana dagli sguardi

Fare arte, a mio avviso, è qualcosa che accade ai margini, lontano dagli sguardi. La bellezza è nascosta. Scegliere di concentrarsi su questo significa che Koyo capisce dove inizia il processo. In un certo senso, questa prospettiva è un tentativo di restare il più possibile vicino all’opera in sé, prima che cominci ad agire sul mondo, o che il mondo agisca su di essa. Gli aspetti più preziosi della nostra sopravvivenza risiedono nella nostra capacità di interpretare la nostra esistenza attraverso quelle forme silenziose di resistenza che le narrazioni dominanti cercano di mettere a tacere. Vorrei che i miei dipinti astratti creassero condizioni percettive tali da permettere allo spettatore di fare un passo indietro e riconoscere pattern ricorrenti nel tempo, prendendo coscienza di come la violenza interrompe la continuità e lascia vuoti duraturi nella memoria storica collettiva.

 

AVI MOGRABI
Raccontare la distruzione in tonalità minori

L’invito di Koyo Kouoh a pensare in tonalità minore è per me anche l’occasione per tornare indietro di quattordici anni, a uno dei miei lavori più intimi, Once I Entered A Garden, e di trarne un filo che parla al nostro presente catastrofico. È anche un modo per cercare di esprimere l’orrore del genocidio senza cedere alla pornografia delle immagini a cui siamo costantemente esposti. Cercare la tonalità minore nel centro della distruzione non è una sfida semplice, ma una scelta politica, che si allinea tanto al mio lavoro di filmmaker quanto al mio impegno di lunga data come attivista.

 

ALAN PHELAN
“Disinventare” l’immagine

Le mie fotografie Joly screen rivisitano un metodo dimenticato di fotografia a colori – una nota minore nella sua storia –, ma inventato proprio a Dublino, da cui provengo. Sono immagini piccole e illuminate che richiedono uno sguardo ravvicinato e che, tuttavia, generano una contraddizione visiva: più ci si avvicina, meno si vede, perché il reticolo interrompe il dettaglio. Si produce anche uno slittamento cromatico, poiché i due strati della fotografia si disallineano al minimo movimento. Questo contribuisce a “disinventare” l’immagine, mettendone ulteriormente in discussione l’autorità attraverso linee temporali sovrapposte e molteplici punti di riferimento visivi. Il lavoro è anche radicato nell’umorismo e in un profondo rispetto per la tradizione. Ciò che amo dell’approccio di Koyo è che affonda le radici in molteplici pratiche culturali, che aggiungono complessità e compassione, dignità ed equità.

 

RAED YASSIN
Spazio di resistenza gentile

L’idea del “minore” si accorda con la mia concezione dell’arte come qualcosa che agisce in silenzio, piuttosto che attraverso dichiarazioni. Sono attratto da gesti che non cercano attenzione, ma che si sedimentano nel tempo, modificando la percezione in modo sottile ma duraturo. Per me fare arte è come piantare piccoli semi in spazi e contesti diversi, senza controllo su come o quando attecchiranno, affidando al tempo il compito di dar loro forma e significato. Questo approccio si allinea a una sensibilità per ciò che sta sullo sfondo: tonalità, narrazioni ed emozioni che non si risolvono in modo netto né offrono conclusioni definitive, ma che permangono e restano aperte. Mi interessa quello spazio di resistenza gentile in cui le cose non sono completamente definite, dove memoria, consapevolezza e ambiguità coesistono. Riflette una visione del mondo in cui il significato non è immediato né univoco, ma si svela gradualmente, spesso fuori dal centro, in forme più silenziose e meno visibili.

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WHO

NOLAN OSWALD DENNIS

Un lavoro che pone al centro una “consapevolezza nera dello spazio”, intesa come attenzione alle condizioni materiali e metafisiche della decolonizzazione. Una pratica “paradisciplinare” che indaga la politica dello spazio…

MOHAMMED JOHA

Attraverso una peculiare tecnica di collage, Mohammed Joha rielabora una pratica tradizionale trasformandola in una metafora di rottura e riassemblaggio. Colori intensi, forme drasticamente semplificate e materiali di recupero –…

NINA KATCHADOURIAN

Giocare è una cosa seria, anche quando è alla base della pratica artistica: tra video, performance, scultura, fotografia e suono, Nina Katchadourian trasforma oggetti banali e situazioni ordinarie in opere…

NATALIA LASSALLE-MORILLO

Le performance e i video di Natalia Lassalle-Morillo fondono tecniche teatrali, cinema sperimentale e installazione, ponendo spesso al centro la collaborazione con performer non professionisti. Nel caso del progetto per…

MANUEL MATHIEU

Con una ricerca che prende forma da un’esperienza biografica segnata da fratture storiche e geografiche, Manuel Mathieu sviluppa una pratica multidisciplinare estesa che, a partire dalla pittura, integra ceramica, installazioni,…

AVI MOGRABI

Tra le voci più critiche e originali nell’affrontare il conflitto israelo-palestinese, Avi Mograbi è un regista e videoartista che coniuga approccio documentaristico e riflessione personale, spesso mettendosi in scena come…

ALAN PHELAN

Influenzato dall’esperienza maturata in musei e archivi, Alan Phelan orienta la propria ricerca verso la reinterpretazione della storia e dei linguaggi. Recuperando un antico metodo di fotografia a colori additiva…

RAED YASSIN

Tra i protagonisti più attivi della scena underground di Beirut, Raed Yassin sviluppa una pratica che attraversa musica e arti visive. In quest’ultimo ambito analizza la relazione tra memoria personale…
koyo kouoh
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