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Ogni sera lui la uccide, ogni mattina lei si rialza. Apre la moka, chiusa troppo stretta, e ricomincia da capo: pulisce, cucina, accudisce, subisce. In L’angelo del focolare, in scena al Toniolo il 27 e 28 gennaio, Emma Dante trasforma la dimora familiare in un girone senza uscita, dove la morte diventa mera abitudine e la resurrezione una condanna che si rinnova ogni giorno.
La donna non è più un personaggio ma un principio: il corpo che si rialza per obbedienza, la creatura che tenta il volo e resta prigioniera del pavimento. In lei l’archetipo della moglie devota e silenziosa si tramuta in un fantasma costretto a vivere l’eternità del proprio sacrificio.
Dentro la casa ogni gesto assume valore rituale. Il ferro da stiro – strumento domestico che si fa arma – traccia il confine tra lavoro quotidiano e violenza. Il caffè preparato ogni mattina è un’offerta ripetuta, la liturgia di un crimine che non si estingue. Accanto a lei si muove una famiglia deformata: il figlio, imprigionato nella propria depressione e incapace di reagire; la suocera, che non accusa ma perdona, protegge e assolve il figlio brutalmente dispotico. È una genealogia della colpa in cui il male non esplode ma si tramanda come una malattia culturale che rifiuta di morire.
Il teatro di Emma Dante si muove sempre tra carne e mito; qui quel confine si fa frontiera estrema. La ritualità familiare si trasforma in un inferno quotidiano: la donna ripete la sua morte come Sisifo la fatica, senza speranza di catarsi. Ma dietro questa ripetizione meccanica si muove qualcosa di più profondo: una tensione fra vita e annientamento, fra volontà e prigionia, come se la protagonista vivesse in un ciclo infernale non imposto dagli dèi, ma da un intero sistema di ruoli e silenzi. La sua discesa nella morte, seguita da un ritorno alla luce del giorno, evoca l’antico mito di Persefone, costretta a passare metà dell’anno negli inferi e metà sulla terra. Ma a differenza della dea, la donna di Emma Dante non risorge per portare la primavera: la sua rinascita è sterile, priva di rinnovamento. Ogni mattina è identica alla precedente, ogni gesto è una replica di sé stesso. Il suo inferno è la verità negata, il tempo che non passa, la casa come tomba, la cura come pena.

Il titolo richiama l’“angelo del focolare” della retorica ottocentesca, simbolo della dedizione femminile. Dante lo capovolge: quell’angelo, anziché vegliare sul focolare, vi è intrappolato. È un angelo caduto, confinato in una cucina che è anche Ade domestico, privo di ali e di grazia. La sua purezza diventa immobilità, la sua devozione diventa morte. Persino l’atto di “rialzarsi” – che nella tradizione cristiana è il segno della resurrezione – si riduce a un freddo automatismo svuotato di fede.
Dopo il successo di Re Chicchinella, Emma Dante abbandona la dimensione fiabesca per entrare nella cronaca contemporanea con decisione. Il linguaggio esplicito e la ripetizione ossessiva della violenza danno forma a un teatro del sacrificio dove la pietà non consola e la morte non libera. Dante mostra il femminicidio nella sua agghiacciante ritualità, come una struttura culturale che si tramanda, un mito negativo che si perpetua.
E in questa lente mitica lo spettacolo parla al presente con forza disarmante. Ogni settimana la cronaca aggiunge nuovi nomi, nuovi volti, ancora donne uccise da chi diceva di amarle, da chi doveva proteggerle. L’inferno di Emma Dante è il riflesso di questa raggelante realtà: una condanna collettiva che si consuma nel silenzio di case come le nostre. Sul palcoscenico, come nella vita, l’angelo non vola. Continua soltanto a rialzarsi.