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Opera Aperta progetto della Santa Sede per la 19. Biennale Architettura trasforma il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice in un cantiere di architettura partecipata. Ne parlano le curatrici Marina Otero Verzier e Giovanna Zabotti, tra restauro, responsabilità e comunità.
Il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, risalente al 1171, già ospizio di pellegrini quindi ospedale più antico della città, è ora sede del Padiglione della Santa Sede, che occuperà i 500 mq dello spazio per quattro anni fino a riportare completamente a nuova vita architettonica, culturale e sociale l’intero edificio. Sotto lo sguardo attento del Cardinale José Tolentino de Mendonça, a capo del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, il progetto, intitolato Opera Aperta, richiamo all’omonimo libro di Umberto Eco, è curato da Marina Otero Verzier, architetta, curatrice e ricercatrice, e Giovanna Zabotti, direttrice artistica di Fondaco Italia e già curatrice del Padiglione Venezia, le quali hanno collaborato con due tra i più importanti studi internazionali di architettura specializzati in costruzione responsabile e cura collettiva: Tatiana Bilbao ESTUDIO (Tatiana Bilbao, Alba Cortés, Isaac Solis Rosas, Helene Schauer), con sede a Città del Messico, e MAIO Architects (Anna Puigjaner, Guillermo Lopez, Maria Charneco, Alfredo Lérida), di stanza a Barcellona. Opera aperta ridarà vita a una chiesa sconsacrata con un processo di restauro che avverrà su diversi livelli e coinvolgerà un’ampia gamma di competenze e mestieri. Uno spazio in continuo divenire, di scambio, negoziazione e riparazione, che invita il visitatore e la comunità a partecipare alla costruzione di una sua rinnovata identità. La giuria della 19. Biennale Architettura, presieduta da Hans Ulrich Obrist, ha per questa serie di ragioni assegnato alla Santa Sede una Menzione Speciale come Partecipazione Nazionale.
Entriamo nel vivo del Padiglione guidati dalle curatrici Marina Otero Verzier e Giovanna Zabotti.

L’attesa per la Partecipazione del Vaticano alla Biennale è sempre altissima. Come è nato il progetto Opera Aperta? E come incide la Menzione Speciale sul vostro percorso?
Marina Otero Verzier_Sin dall’inizio abbiamo immaginato il Padiglione non come un’esposizione, ma come una pratica vivente: un processo di riparazione collettiva che si estende oltre gli edifici per prendersi cura delle istituzioni, delle comunità, degli ecosistemi e dei fragili legami tra di essi. Il riconoscimento della Biennale attraverso la Menzione Speciale riafferma l’urgenza di questo approccio: convalida l’idea di riparazione non come gesto nostalgico, ma come un atto radicale e orientato al futuro.
Quest’anno diversi padiglioni nazionali si sono concentrati sulle nozioni di cura, gestione e manutenzione, sottolineando un diffuso desiderio condiviso di ridefinire la pratica architettonica. Siamo orgogliosi di far parte di questa conversazione più ampia. Attraverso Opera Aperta speriamo di contribuire a questo cambiamento, che infonde sia alla disciplina che al mondo in generale un rinnovato senso di responsabilità in questi tempi incerti.
Giovanna Zabotti_Opera Aperta nasce dalla consapevolezza che la presenza della Santa Sede alla Biennale non può mai caratterizzarsi in una sua valenza esclusivamente espositivo. Soprattutto nelle sue ultime edizioni, condotte dal Cardinale José Tolentino de Mendonça, si è profondamente incarnata nei luoghi, nella città e nel tempo e parallelamente si è fatta manifesto di messaggi universali. Dopo San Giorgio e le Vatican Chapel nel 2018 e l’intervento Amicizia Sociale: incontrarsi nel giardino sempre a San Giorgio nel 2023, solo per citare le presenze in Biennale Architettura, il Padiglione 2025 si confronta con un intero complesso monumentale da riattivare, quello di Santa Maria Ausiliatrice a Castello.
La Menzione Speciale della Biennale ci onora, ma soprattutto conferma che l’approccio che abbiamo scelto – inclusivo, processuale, aperto – è non solo necessario, ma anche riconosciuto come significativo nel più ampio contesto del dibattito architettonico e culturale internazionale.
Il titolo richiama palesemente Opera aperta di Umberto Eco. Quali le ragioni di questa scelta e quale legame vivo mantiene il Padiglione con questo libro?
M.O.V._Il concetto di “opera aperta” di Eco, benché concepito decenni fa, rimane straordinariamente attuale. Ci permette di entrare in contatto con persone attive in diverse discipline e trasmette immediatamente l’etica del Padiglione. Allo stesso tempo ci siamo permessi di appropriarci e di reinterpretare questa nozione per il nostro contesto specifico.
Il Padiglione è di per sé un’opera aperta, che si dispiega nel tempo; resiste alla chiusura e invita alla partecipazione. I suoi significati cambiano ed evolvono, modellati dalle persone che lo abitano e se ne prendono cura, ma anche dal sale della laguna che incide sulle pareti, dagli insetti che vivono nelle fessure e dagli uccelli che nidificano sul tetto. Il riferimento a Eco non è semplicemente simbolico, ma è fondamentale per il modo in cui immaginiamo l’architettura: aperta, porosa, relazionale.
G.Z._Il libro di Eco, pubblicato nel 1962, ci ha offerto una cornice teorica perfetta: la visione dell’opera come sistema aperto, incompiuto, vivo, che si compie attraverso l’interpretazione attiva del fruitore. Questo è esattamente ciò che vogliamo che accada nel nostro Padiglione. Il visitatore non è uno spettatore passivo, ma un co-autore. Opera Aperta è un invito a pensare l’architettura – e più in generale lo spazio collettivo – come un processo generativo, che non si esaurisce in una forma ma che si apre al tempo, alla comunità, alla trasformazione.

Santa Maria Ausiliatrice a Castello è stata scelta come laboratorio condiviso. Quali azioni saranno portate avanti e come viene concretamente coinvolto il visitatore?
M.O.V._Le molte vite passate del Complesso di Santa Maria Ausiliatrice – come ospizio, ospedale, scuola, dormitorio – hanno informato profondamente il nostro approccio. Invece di nascondere le sue crepe, le disegniamo, le curiamo, le accudiamo. Questi gesti di attenzione diventano atti di riconoscimento, onorando le storie stratificate incorporate nell’edificio e le vite – passate, presenti e future – che lo hanno plasmato.
I visitatori sono invitati a partecipare a questo processo in quotidiano divenire contribuendo a definire nuovi strati e connessioni, confrontandosi con il lavoro degli artigiani locali, condividendo i pasti alla tavola comune ospitata dalla cooperativa NonSoloVerde, ascoltando le prove degli studenti del Conservatorio di Venezia la cui musica si riverbera nello spazio. Attraverso questi incontri l’architettura diventa un sito di esperienza vissuta, un luogo in cui si intrecciano cura, cultura e vita quotidiana.
G.Z._Abbiamo scelto Santa Maria Ausiliatrice per il suo potenziale latente e per la sua posizione nel cuore di un quartiere vivo. Il lavoro che stiamo portando avanti non è solo un restauro architettonico, ma più estesamente un processo di cura collettiva. Il visitatore è invitato a entrare in un cantiere aperto, a osservare, a lasciare un segno, a confrontarsi con mestieri, materiali, narrazioni. Ci sono laboratori, archivi viventi, spazi di ascolto e collaborazione e spazi per la musica attrezzati. È un invito alla partecipazione, alla responsabilità condivisa nel costruire senso.
La direzione artistica è affidata a Tatiana Bilbao ESTUDIO e MAIO Architects. Quali le ragioni di questa scelta? A che punto è il progetto di restauro?
M.O.V._Tatiana Bilbao ESTUDIO e MAIO Architects sono noti per la loro capacità di intrecciare valori sociali alla forma architettonica. Il loro lavoro non si limita ad affrontare meramente l’ambiente costruito, attento com’è alle dimensioni politiche, emotive ed ecologiche che circondano l’ambiente in oggetto stesso.
Il restauro è concepito sia come una pratica quotidiana che come un impegno a lungo termine: a volte veloce, a volte deliberatamente lento, sempre reattivo. Non si tratta solo di riparare un edificio, ma di ascoltarlo, riconoscendo le molte vite che ha ospitato e i materiali che custodiscono quei ricordi. Ecco perché è importante riunire diverse forme di lavoro, di conoscenza e di esperienze incarnate: sono tutte di per sé rilevanti.
La riparazione, in questo caso, non è una semplice fase lavorativa, ma rappresenta più profondamente un’assunzione di responsabilità continua.
G.Z._Tatiana Bilbao e MAIO condividono un approccio profondamente etico e relazionale all’architettura. Entrambi gli studi lavorano con un’idea di progetto che parte dall’ascolto, dall’inclusione, dalla stratificazione culturale.
Il progetto di restauro è già in atto: alcune aree del complesso sono state riattivate per l’apertura della Biennale, altre seguiranno nei prossimi mesi, aderendo a una logica di intervento progressivo e sostenibile. È un processo che si costruisce nel tempo, con la comunità e con una pluralità di saperi.

La Santa Sede gestirà lo spazio per quattro anni. Quali programmi culturali state costruendo?
M.O.V._Ci auguriamo che questa non sia un’installazione temporanea, bensì l’inizio di un lungo processo. In collaborazione con il Dicastero per la Cultura e l’Educazione vaticano e con un’ampia gamma di attori locali stiamo dando forma a un programma che valorizza le conoscenze trasmesse di generazione in generazione, le culture condivise oltre i confini e l’apprendimento come atto collettivo.
La nostra programmazione ruota attorno ai rituali di mantenimento, pratiche di intrattenimento che includono la socialità, la cucina, la musica e l’artigianato intese come forme vitali dello stare insieme. Ci auguriamo che, al termine della Biennale, queste relazioni si consolidino e che il sito rimanga un luogo di incontro – radicato a Venezia, aperto al mondo – dove la cultura non venga esclusivamente consumata, ma co-creata.
G.Z._Spero che questo spazio diventi un polo creativo e culturale per Venezia e per chi la abita. Stiamo costruendo un programma che unisce arte, formazione, ricerca, artigianato, spiritualità. L’idea è che il complesso possa accogliere residenze d’artista, workshop, incontri, pratiche condivise. Sarà uno spazio aperto e inclusivo, dove si coltiva il dialogo tra culture, generazioni e discipline. Un’officina di pensiero e di azione per la città.
Come Opera Aperta entra nel dibattito promosso da Carlo Ratti sulla nuova definizione di architetto e architettura?
M.O.V._Accogliamo con favore questo dibattito. In un’epoca segnata dal collasso ecologico, istituzionale, sociale, crediamo che l’architettura debba essere soprattutto un atto di gestione. Pertanto il Padiglione propone un diverso tipo di agenzia architettonica: quella che non domina lo spazio, ma che lo tiene aperto per gli altri.
G.Z._Opera Aperta propone un’idea di architettura come processo partecipativo e come responsabilità condivisa. Non più l’architetto demiurgo, ma il facilitatore di possibilità. In questo senso il progetto entra pienamente nel dibattito proposto da Carlo Ratti: riformulare il ruolo dell’architetto in quanto attivatore di relazioni, ascoltatore, costruttore di significati collettivi. L’architettura, in Opera Aperta, non è mai soltanto costruzione: è sempre anche gesto, parola, cura, riparazione. Un’opera di intelligenza comunitaria.