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V&A svela il lato nascosto dello stoccaggio globale
di Mariachiara Marzari

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Dal nuovo V&A East Storehouse al film di Liz Diller, On Storage esplora i sistemi che muovono le merci nel mondo. In questa intervista il curatore Brendon Cormier racconta la sua indagine su come i sistemi stoccaggio influenzano merci, architetture e società.

Brendan Cormier, chief curator al Victoria and Albert Museum (V&A East), è un curatore canadese che esplora il design come strumento critico per interpretare le trasformazioni culturali e urbane. Urbanista di formazione, ha diretto per anni la rivista Volume e curato progetti come Values of Design (2017) e A World of Fragile Parts (2016), indagando il rapporto tra design, valori sociali e conservazione del patrimonio. Durante la pandemia ha ideato Pandemic Objects, una riflessione sui nuovi significati assunti dagli oggetti quotidiani.

In che modo il vostro progetto nell’ambito del Padiglione delle Arti Applicate si inserisce nell’idea generale di Intelligens, il tema lanciato da Carlo Ratti?
Il Padiglione risponde in due modi al tema proposto da Carlo Ratti. In primo luogo attraverso una meditazione sull’intelligenza insita nelle cose. Il ruolo dei musei è innanzitutto quello di conservare gli oggetti, ma soprattutto quello di estrapolare la conoscenza, la Storia e le storie che essi racchiudono e di divulgarle ad un pubblico più ampio possibile. Le collezioni dei musei sono degli immensi serbatoi di conoscenza umana e non, immortalata da oggetti creati nel corso della storia. A ciò si collega la nostra seconda risposta al tema della Biennale: se la conoscenza è utile solo quando viene diffusa è nostro compito trovare il modo di farla circolare attraverso gli oggetti. Per questo è necessario trovare nuove e audaci soluzioni architettoniche. Questa è la filosofia di V&A East Storehouse, una macchina sia per conservare la conoscenza che per favorirne la circolazione e la diffusione, rendendola accessibile ad un pubblico sempre più vasto.

La vostra partecipazione alla Biennale si sviluppa attraverso un’opera artistica d’eccezione: un film diretto da Diller Scofidio + Renfro ed uno spazio espositivo con modelli architettonici e fotografie che anticipano l’apertura al pubblico del V&A East Storehouse a Londra, prevista per il 31 maggio 2025. Il progetto londinese è senza precedenti per dimensioni, ambizione e accessibilità, capace di offrire gratuitamente un’immersione in oltre mezzo milione di opere della collezione V&A, che spaziano tra tutte le discipline creative. Quali elementi lo rendono unico e potenzialmente rivoluzionario?
V&A East Storehouse segna una netta rottura con il modello tradizionale di museo sotto vari punti di vista. Innanzitutto perché si fonda su un modo completamente nuovo di considerare il rapporto tra collezione e visitatore, che non è più visto come un contratto a senso unico. Nei musei tradizionali il pubblico ha un ruolo passivo, in quanto si trova a dover percorrere una direzione prestabilita dove il criterio di esposizione delle opere risponde a delle intricate linee progettuali. V&A East Storehouse, invece, si definisce costitutivamente attraverso un approccio al tema museale che tiene in considerazione attiva entrambi i soggetti in causa. La collezione deve considerare l’apporto dei visitatori come un contributo utile a migliorare le proprie modalità espositive, dando voce in tal senso anche a idee nuove da parte di ricercatori. Grazie a questa permeabilità ai contributi esterni, immergendosi nello Storehouse il visitatore ne esce decisamente arricchito in ragione delle sorprendenti scoperte che ha l’opportunità di fare, espressione anche di questa virtuosa osmosi tra le parti. Tutto ciò implica una struttura architettonica e un software organizzativo radicalmente nuovi che consentano un flusso più libero e una costante riconfigurazione degli oggetti esposti, stimolando nel contempo un’interazione da un punto di vista fruitivo da parte dei visitatori. Possiamo dire che il progetto realizzato da DS+R in questo senso è stato un vero successo.

Il film al centro di On Storage è una meditazione sul ruolo dello storage (stoccaggio, deposito) nelle nostre vite. Un elemento apparentemente marginale si trasforma in simbolo della nostra contemporaneità. Quali riflessioni più ampie emergono da questa indagine?
Quando si inizia a pensare all’architettura di uno storage la cosa divertente è che si finisce per vederla dappertutto. Il 99% dell’architettura riguarda soluzioni di storage. Dai depositi più antichi che venivano costruiti per immagazzinare il grano di tutta la comunità alla capanna primitiva che veniva costruita per riparare e proteggere le persone dalle intemperie, dalle allettanti pagine che riempiono i cataloghi di IKEA con scaffali, contenitori per alimenti, vasi di fiori fino alle sempre più numerose tipologie di data centre di cui si nutre la nostra rivoluzione dell’IA. È assurdo che lo storage sia considerato qualcosa di marginale se invece lo si ritrova ovunque. La grande rivelazione di questo progetto è che uno dei principi progettuali fondamentali di ogni singolo pezzo dello storage sembra essere quello di diventare il più invisibile possibile. Ed è precisamente questo il suo più grosso problema. Se lo storage è invisibile finiamo col perdere le tracce dell’enorme quantitativo di cose che l’umanità ha accumulato e così facendo, invece di sfruttare l’utilità e l’intelligenza insita in ciò che già abbiamo, continuiamo a sovraprodurre. L’invisibilità dello storage porta inevitabilmente allo spreco, al sovraconsumo e ad un oblio costante.

Diller Scofidio + Renfro hanno mostrato attraverso i loro progetti un pensiero architettonico democratico, un manifesto di una visione radicale dell’architettura come dispositivo di percezione, come lente per rileggere il mondo. Quali aspetti del loro linguaggio progettuale vi hanno guidato nello sviluppo di On Storage?
DS+R sono interessati a tutte le forme di architettura, dai classici capolavori agli spazi d’uso corrente. La loro abilità nel pensare all’architettura nelle sue svariate forme ci è stata di grandissimo aiuto nell’elaborazione del film. L’obiettivo del film era quello di effettuare un’analisi globale delle architetture di storage attraverso un semplicissimo strumento narrativo: vita e morte di uno spazzolino. Seguendo questo semplice oggetto creiamo una sequenza dei vari spazi di storage che esso attraversa: la fabbrica, il porto, il centro di distribuzione, la casa, l’aeroporto, l’aereo, il bagaglio, l’hotel, il centro di riciclaggio. Ciascuno di questi spazi rappresenta uno strumento architettonico fondamentale per l’esistenza del nostro sistema logistico globale. Il linguaggio progettuale di DS+R, che con estrema sapienza riesce a farci vedere il mondo come una serie di tipologie architettoniche strettamente interconnesse, ha avuto un impatto decisivo sull’estetica e sulla composizione del film. Un’opera che ci consente di veicolare l’idea che lo storage e la circolazione degli oggetti sono elementi di vitale importanza strettamente connessi tra loro.

Il V&A, da sempre promotore della creatività in tutte le sue varie forme espressive, si presenta a questa Biennale con un proprio contributo che oltrepassa la forma tradizionale dell’architettura, in particolare attraverso un film capace di comprendere le relazioni tra le parti e il tutto, approccio fondamentale nella sua ampiezza per affrontare al meglio le complesse istanze del nostro tempo. In che modo i linguaggi creativi contribuiscono a costruire una nuova grammatica per leggere e interpretare la contemporaneità?
Penso che la creatività sia fondamentale per poter immaginare nuove grammatiche e nuove interpretazioni che ci permettano di leggere e capire al meglio la contemporaneità. Ed è proprio in questo che risiede l’importanza del ruolo che svolgono musei e istituzioni al centro del cui lavoro vi è la creatività. Non è vero che la creatività, come purtroppo ancora molti pensano, serva solo a produrre nuove forme di intrattenimento e di consumo: la creatività ci aiuta ad analizzare e a capire la crescente complessità della vita moderna offrendoci gli strumenti necessari per sopravvivere al meglio in questo nostro mondo, mettendoci nelle potenziali condizioni di poter costruire un futuro migliore. Per permettere ai musei di proseguire con successo su questa strada dobbiamo essere in grado di estrapolare l’intelligenza insita nei nostri oggetti. Per far sì che tutto questo possa concretizzarsi dobbiamo avere il coraggio di elaborare un pensiero e una progettualità architettonica decisamente innovativa.

Immagine in evidenza: View into the Collections Hall at V&A East Storehouse © Diller Scofidio + Renfro

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