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Un’eredità curatoriale trasformata in partitura collettiva. La 61. Biennale Arte sarà realizzata secondo la visione sensibile e radicale della curatrice, prematuramente scomparsa.
La Biennale Arte 2026 si intitolerà In Minor Keys, secondo il progetto curatoriale lasciato da Koyo Kouoh. La sua improvvisa scomparsa il 10 maggio scorso ha colpito profondamente il mondo dell’arte, che ora si raccoglie attorno a una visione curatoriale tanto poetica quanto politica. La Biennale ha deciso di onorare la sua memoria portando avanti la mostra esattamente come da lei concepita, con il sostegno della sua famiglia e del team che la stava affiancando, composto da Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Helene Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter e Rory Tsapayi.
Kouoh aveva iniziato a lavorare alla mostra nell’autunno del 2024, definendone nel dettaglio struttura e contenuti, e stabilendo collaborazioni fondamentali con artisti, studiosi e curatori. Il risultato è una partitura curatoriale che, come scrive lei stessa, «invita ad ascoltare i segnali persistenti della terra e della vita», sintonizzandosi sulle tonalità minori – quelle frequenze emotive, sensoriali e affettive che sfuggono alla frenesia dominante. Nel suo testo curatoriale, In Minor Keys diventa una lente per esplorare la condizione umana attraverso suoni, gesti e pratiche che si muovono a bassa voce: il blues, le danze in cortile, i giardini creoli, gli spazi dell’arte come oasi. Non una mostra “minore”, ma un’ode alla complessità, alla stratificazione culturale, alle forme dell’improvvisazione e della riparazione. Kouoh non propone una mostra che commenti il mondo, ma che ne attraversi i margini, ascoltando e privilegiando il sensibile rispetto al concettuale, l’incontro rispetto alla narrazione, la poesia rispetto alla didattica. Gli artisti coinvolti – le cui pratiche saranno rese note nei prossimi mesi – sono intesi come custodi di conoscenze radicali, capaci di generare bellezza e consapevolezza anche nel pieno della crisi. In un’epoca in cui la retorica della produttività e del progresso tende a soffocare le forme più fragili e vitali dell’esistenza, In Minor Keys ci ricorda che esistono ancora luoghi e linguaggi in cui si coltivano solidarietà, lentezza e meraviglia. E che, come scriveva Toni Morrison, «bisogna avere l’amore e bisogna avere la magia – anche questa è vita».
