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Foreigners Everywhere

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Il latte dei sogni

21 giugno 2025

22 giugno 2024

17 giugno 2023

18 giugno 2022
Percorsi di ascolto e partecipazione al centro dei progetti delle Partecipazioni Nazionali della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia – In Minor Keys, che si svolgerà dal 9 maggio al 22 novembre.
Grandi volti scolpiti che interrogano la libertà, paesaggi filmici che riflettono sul corpo e sul desiderio, mappe intime di diaspora, lavori immersivi sulle ecologie queer… Nei Padiglioni della Biennale di Koyo Kouoh lo spettatore diventa parte attiva di un percorso sensoriale e concettuale.

Affrontando temi quali l’eredità della diaspora africana e le forme contemporanee di schiavitù, l’installazione Hombres Libres / Free Men di Roberto Diago, curata da Nelson Ramirez de Arellano Conde con Daneisy García Roque, riunisce un gruppo di grandi teste scultoree che avanza verso lo spettatore. Metalli ossidati, legno e materiali di recupero formano un’epidermide segnata, facendo della cicatrice un elemento strutturale che afferma temi di identità e resistenza. La libertà è intesa come pratica consapevole, memoria che riaffiora, corpo che rifiuta l’oblio.

Con Things to Come Maja Malou Lyse sviluppa un ambiente filmico immersivo in cui scienza, finzione e pornografia convergono come dispositivi che producano realtà. Muovendo da studi che collegano stimoli erotici virtuali e fertilità maschile, l’artista riflette sul declino riproduttivo come metafora di un collasso culturale più ampio. A cura di Chus Martínez, il progetto concepisce le immagini come tecnologie affettive e materiali: non rappresentano il mondo, ma lo trasformano, incidendo su corpi, desideri e possibilità di futuro.

Con Cartographies of the Displaced – debutto dell’El Salvador alla Biennale Arte – J. Oscar Molina presenta una ricerca scultorea dedicata alle geografie intime della diaspora. Nato a El Salvador e cresciuto negli Stati Uniti, l’artista intreccia memoria personale e storia collettiva, indagando appartenenza e sradicamento come condizioni esistenziali. Cuore del progetto, ospitato a Palazzo Mora, è la serie Children of the World, figure modellate come presenze vigili, emblemi di comunità disperse ma resilienti. A cura di Alejandra Cabezas, la mostra concepisce lo spostamento non solo come attraversamento di confini, ma come stato ontologico, mappa fragile e tenace di identità in movimento.

Artista e filmmaker con base a Manila, da oltre vent’anni Jon Cuyson indaga temi quali il lavoro, la diaspora e le ecologie queer tra pittura e cinema. Con Sea of Love / Dagat Ng Pag-ibig, curato da Mara Gladstone, Cuyson costruisce un ambiente immersivo di grandi tele e video, dedicato ai marittimi filippini, lavoratori imbarcati su navi mercantili e da crociera lungo le rotte globali. Immagini di navi, mitili e orizzonti acquatici diventano segni di distanza e resilienza, intrecciando la vita in mare con quella delle famiglie a terra.

Basandosi sulla sua esperienza di genitore queer, Ei Arakawa-Nash presenta Grass Babies, Moon Babies, un progetto curato da Horikawa Lisa e Takahashi Mizuki che unisce pratica performativa, video e scultura giocosa e sentimentale centrata sulla circolarità della vita. Il titolo mette in dialogo due simboli – grass, legato al giardino e alla natura, e moon, legato al tempo e all’emozione – e riflette su relazioni, cura e affetto. Con oltre cento bambole-oggetto a occupare lo spazio espositivo, l’artista analizza concetti di famiglia, identità e diversità.

L’architetto e artista greco-norvegese Andreas Angelidakis presenta Escape Room, un’installazione immersiva in cui storia, rovine classiche e dinamiche digitali si intersecano per interrogare come abitiamo il presente. Curato da Giorgos Bekirakis, il progetto esplora relazioni tra memoria, tecnologia e sfera sociale, invitando a ripensare l’abitare come atto culturale e politico. Attraverso modulazioni spaziali e sculture “soft ruins” lo spazio si trasforma in un percorso sia fisico che concettuale.

Liquid Tongues di Bogna Burska e Daniel Kotowski, a cura di Ewa Chomicka e Jolanta Woszczenko e prodotto da Zache˛ta – National Gallery of Art, indaga linguaggi marginalizzati e comunicazioni oltre l’umano, con focus sulla cultura sorda e sul concetto di “deaf gain”, ovvero la sordità vista non come deficit ma come risorsa culturale e cognitiva. Il progetto coinvolge il Choir in Motion, coro di performer sordi e udenti, e combina voce parlata, Lingua Internazionale dei Segni, canti di balene, ambiente subacqueo e coreografia collettiva per ridefinire i confini tra corpo, codice e percezione.

Nilbar Güreş, artista attiva tra Istanbul, Napoli e Vienna, presenta Liquid Borders, a cura di Başak Doğa Temür, un progetto che fonde video, fotografia, pittura e scultura. L’opera mette in scena oggetti, immagini e corpi frammentati per far emergere le tensioni che si creano tra identità individuale e ruoli sociali, esplorando memoria culturale e tematiche di genere e appartenenza attraverso un percorso immersivo che guida lo spettatore tra esperienza personale e contesto collettivo.