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Alla Biennale Danza 2026, Adam Linder presenta Drip Tekhne, la nuova creazione per il Danish Dance Theatre: un viaggio coreografico che attraversa l’evoluzione del corpo, dall’istinto animale all’ibridazione con la tecnologia, tra danza contemporanea, filosofia e immaginari futuristici.
Si parte dal nulla: materia che prende forma, creature simili ad animali primitivi che si muovono prima di conoscere la propria stessa natura. È la materia grezza con cui lavora Adam Linder, coreografo australiano attivo tra Los Angeles e Berlino, le cui opere sono passate anche al MoMA di New York. Con Drip Tekhne, creato per il Danish Dance Theatre, costruisce un vocabolario che mette in relazione danza, desiderio, tecnologia e psiche collettiva. Lo spettacolo attraversa quattro fasi senza soluzione di continuità e ognuna di esse rappresenta un salto evolutivo che i dieci interpreti incarnano sulla pelle: dal corpo animale al corpo ibrido, mezzo organico mezzo meccanico, fino al corpo che pensa e infine si scioglie in una comunità sociale.

Il titolo racchiude già il passaggio: “drip” è l’impulso di una materia molle e terrosa che ancora fluisce; “tekhne” – dal greco abilità tecnica, artigianato – è la tecnica che la irrigidisce e la trasforma in strumento. Il palco stesso evolve insieme ai danzatori: le scene, firmate da Linder con Deniz Celtek, si trasformano e si ricompongono mentre lo spettacolo avanza senza soluzioni rigide. I costumi, firmati dallo stesso Linder con Maria Ipsen, mescolano un’estetica urbana fredda, quasi da moda di strada, con momenti che virano verso il disumano: corpi levigati, privi di emozione, che sembrano usciti da un laboratorio più che da un atelier. Le recensioni danesi hanno parlato di un lavoro insieme atemporale e futuristico, capace di oscillare tra eleganza glaciale e inquietudine.

Drip Tekhne abita un tempo che non procede in linea retta: l’evoluzione non è mai compiuta, relegata alle spalle; resta scritta in ogni gesto come uno strato geologico nel corpo che la compie. Il corpo animale non scompare quando arriva il corpo pensante, continua a esistere sotto di esso, pronto a riemergere.
È il fil rouge, questo, che unisce l’intera edizione della 20. Biennale Danza diretta da Wayne McGregor: epoche diverse che convivono nello stesso istante, passato e presente sovrapposti nella stessa pelle. Il crescendo accelera fase dopo fase, senza sosta, fino al punto in cui i confini tra un corpo e l’altro si dissolvono: la comunità dei danzatori diventa l’immagine finale, l’unica superstite.