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Filippo Dini al Teatro Goldoni con Il gabbiano di Čechov, affiancato da Giuliana De Sio in un nuovo allestimento che mette a nudo fratture generazionali, ambizioni feroci e desideri infranti. Un classico che trova nel presente nuove risonanze.
«Sulle rive di un lago vive una ragazza. Ama il lago, come un gabbiano, ed è libera e felice come un gabbiano. Un giorno un uomo passa di lì e, per noia, la distrugge». Quell’uomo si chiama Trigorin, è uno scrittore brillante e si trova a trascorrere qualche giorno di villeggiatura insieme alla compagna Arkadina, attrice affermata, bella e terribile, e al figlio di lei, Kostja, che sogna una carriera da autore. Ma ciò che appare come un ordinario weekend in famiglia finirà per trasformarsi nella parabola di un’umanità sull’orlo del baratro.
In occasione dell’apertura di stagione del Teatro Stabile del Veneto, il Direttore Filippo Dini ha debuttato al Teatro Verdi di Padova con una seconda creatura – che arriva a Venezia al Teatro Goldoni dal 28 al 30 novembre: Il gabbiano di Cechov, opera che cattura con sorprendente lucidità la caduta delle illusioni di fine Ottocento, tra fratture generazioni, desideri infranti, feroci ambizioni e amori impossibili. Non così distante, insomma, da ciò che ancora oggi ci tormenta ogni giorno.

Come Čechov, Dini mette in scena dieci esseri che, per tre atti, dibattono e si dimenano nel tentativo di sottrarsi al grigiore del proprio destino. Alle atmosfere lugubri del Classico russo contrappone però il brutto e il grottesco della società contemporanea, affidandosi a una scenografia ridotta all’osso, fatta di pochissimi oggetti attorno ai quali gli attori gravitano come anime in pena, e a una colonna sonora pop, confortante e spiazzante al tempo stesso.
Dalle viscere del dramma, a emergere è soprattutto la frattura generazionale: la potente Arkadina di Giuliana De Sio, belva dispotica e famelica di riconoscimento, offre una versione invecchiata — e incattivita — della giovane Nina, che con ingenua esaltazione si aggrappa alle promesse, già vane, del successo. E poi c’è Kostja, che come ogni artista emergente patisce l’incomprensione e non immagina che Trigorin (interpretato dallo stesso regista), continui a soffrire per le stesse ferite, ma al contrario: perché la fama non edifica, consuma.

È dentro questa tensione tra aspirazione e disillusione che si inserisce la scelta più inedita di Dini: affidare lo “spettacolo di Kostja” al regista emergente Leonardo Manzan. Una decisione che amplifica lo scarto tra generazioni e trascina il classico nella piena contemporaneità. Il risultato è un racconto capace, oggi come allora, di metterci a nudo, evidenziando la distanza tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo davvero. Così, scena dopo scena, i desideri, i rimpianti e le tragedie dei personaggi finiscono per coincidere con i nostri. Perché, in fondo, nell’essere umani non c’è nulla di eroico.