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Il 4 ottobre è ospite del Festival delle Idee una delle più grandi interpreti italiane, per un progetto dedicato a due figure cruciali del cantautorato nostrano di ogni tempo.
A celebrare il trentennale di Anime Salve, testamento spirituale di Fabrizio De André e apice della svolta cantautorale di Ivano Fossati, un’interprete d’eccezione: Fiorella Mannoia, che il 4 ottobre, per il penultimo appuntamento del Festival delle Idee, porta sul palco del Teatro Malibran la Targa Tenco 1997, Anime Salve, lavoro a quattro mani di due dei pilastri della scuola genovese. L’album fu il frutto della collaborazione e della reciproca stima tra due concittadini impegnati a fare della musica, più o meno intenzionalmente, uno strumento di lotta politica e della loro penna il felice incontro tra lingue, tradizioni e sonorità dalle origini più disparate. Anime Salve appare in questo senso rivestito delle tinte spirituali tipiche di Faber, delle influenze etniche di Fossati e caratterizzato da una maturità espressiva che convoglia in un progetto ben definito: “un elogio alla solitudine”, che per De Andrè non è che “una scelta autonoma”[…], “la sola condizione idonea a non essere contaminati da passioni di parte” (Parole e canzoni di Vincenzo Mollica, 1999). Perché queste portano al sangue, come dimostra Disamistade (inimicizia in sardo), dove le faide tra famiglie convogliano davanti alla chiesa, ad “un’assenza apparecchiata per cena”. Non a caso un brano che celebra, per contro, la libertà ontologica della comunità rom dei Khorakhané, alla cui lingua, il romanì, si dedica l’ultima strofa della ballata. Laddove il continuo spostarsi (‘dromomania’) è per definizione ‘fuga dall’angoscia’, questa è da intendere come un atto incontaminato dai vincoli dell’autorità.
La stessa Fiorella Mannoia aveva già prestato la sua voce ad un’altra umanità dimenticata, quella dei migranti “a cui non facciamo mai domande”, in Se solo mi guardassi dall’album di inediti Sud (2012) – dove peraltro troviamo lo stesso tormento di quei genitori che vedono i figli cercare un nido altrove, così come nell’unico brano di Anime Salve interamente in genovese,  cúmba. Se ne In viaggio Mannoia racconta l’addio di una madre alla figlia in partenza dal Meridione in cerca di fortuna, in  cúmba il tête-àtête tra il promesso sposo (Fossati) e il padre (Faber) della giovane colomba (“cúmba”) conduce a un abbandono: lei strofina per terra, col marito a zonzo. A fare da contraltare, la storia di Dolcenera: qui la solitudine è quella dell’innamorato che, sullo sfondo dell’alluvione che colpì Genova nel ‘70, attende e attende invano. Roland Barthes, in Frammenti di un discorso amoroso, aveva d’altronde dedicato un intero capitolo all’attesa, emblema dell’amore non corrisposto («Sei innamorato?” – “Sì, perché sto aspettando”. L’altro invece non aspetta mai»). Infine l’isolamento del pescatore di Le acciughe fanno il pallone e del giovane lucano, intimorito dall’autorità paterna e da una passione proibita, in Ho visto Nina volare. Il brano che dà il nome all’album, l’altro unico vero duetto con Fossati, si chiude con “Che solitudine / che bella compagnia”. Perché per De André la solitudine è “uno stato di tranquillità dell’animo che permette di abbandonarsi all’assoluto”. Fiorella Mannoia, 6 Targhe Tenco come miglior interprete, non può che rendere quanto mai attuale l’invocazione a quella maggioranza che in Smisurata preghiera sta “come una malattia”, anestetizzata, dimentica dei volti dei tanti “servi disobbedienti ”ed orgogliosamente solitari che riuscirono a parlare trent’anni fa proprio grazie a Fossati e De Andrè.