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Non c’è un tema, ma un’ossessione. Willem Dafoe, al suo esordio come direttore della Biennale Teatro, firma un’edizione che porta il suo nome, profondamente personale, tagliata su misura di ciò che conosce e riconosce come teatro.
Un campo di forze, più che una semplice rassegna, dove il corpo dell’attore è il fulcro del gesto teatrale, matrice di senso prima ancora della parola. Il titolo, Theatre is Body – Body is Poetry, non è solo una suggestione, ma una poetica dichiarazione d’intenti.
Attore iconico del cinema d’autore, Dafoe arriva a Venezia con un bagaglio teatrale meno noto ai più ma di intensa sostanza. Tra i fondatori del Wooster Group con Elizabeth LeCompte – a cui ha tributato il Leone d’Oro alla Carriera –, cresciuto nell’officina sperimentale del teatro d’avanguardia newyorkese, ha sempre mantenuto un rapporto viscerale con la scena. Il suo teatro nasce dal movimento, dal suono, dal rituale, dalla presenza fisica. È una forma di espressione che si muove oltre il linguaggio, capace di evocare emozioni e visioni primordiali.
Questa sua prima Biennale prende forma in dialogo con i maestri del passato e le urgenze del presente. Un punto di riferimento dichiarato è l’edizione del 1975 di Ronconi, pietra miliare delle esperienze del nuovo teatro e snodo cruciale della storia della Biennale, che Dafoe recupera come simbolo insieme di radicalità e apertura. In cartellone compaiono artisti con cui ha condiviso visioni e percorsi: dal Wooster Group di LeCompte a Romeo Castellucci, da Milo Rau, che dirige il Leone d’Argento Ursina Lardi, a Bob Holman, fino alle voci emergenti di Yana Eva Thönnes, Princess Bangura e Anthony Nikolchev. Alcuni tornano a Venezia dopo decenni, come Thomas Richards, ultimo erede dell’esperienza grotowskiana, ed Eugenio Barba e Julia Varley, del mitico Odin Teatret.

Un capitolo a parte merita No Title, performance ideata e interpretata da Dafoe insieme all’attrice italiana Simonetta Solder e dedicata a Richard Foreman, maestro indiscusso del teatro d’avanguardia americano, scomparso lo scorso gennaio. Dafoe gli era legato da una lunga amicizia e collaborazione e ha voluto qui rendergli omaggio concentrando la propria attenzione su dei materiali davvero straordinari: centinaia di schede scritte a mano da Foreman, fitte di frasi enigmatiche, ironiche, filosofiche. L’ultima volta che si erano visti l’anno scorso avevano registrato insieme una sessione in cui leggevano quelle schede a turno, improvvisando, creando ritmo e senso nella casualità. No Title riprende proprio quel gesto: Dafoe e Solder si passano le schede, le mescolano, creando un dialogo sempre diverso in una partitura aperta e profondamente viva. Non una messinscena, ma un atto d’amore, che restituisce la densità visionaria di Foreman e la trasforma in materia scenica attraverso il corpo dell’attore.
Oltre agli spettacoli e alle performance, Biennale College arricchisce il programma con una serie di workshop internazionali che ampliano la riflessione sul corpo come centro dell’azione teatrale. Tra questi, quello condotto da Richard Schechner, pioniere degli studi performativi e figura storica della Biennale 1975, e quello del poeta Bob Holman. Un altro momento rilevante è L’Enciclopedia delle Emozioni, laboratorio diretto da Davide Iodice, che si svolgerà dal 29 maggio al 2 giugno e che selezionerà il gruppo di lavoro per una futura creazione site-specific nel 2026.
Completa il cartellone Spazio Cinema, sezione dedicata ai materiali filmici legati al teatro, che propone rarità, testimonianze e sorprese d’archivio. Tra queste Dionysus in ’69, che ripropone in versione filmata, con le riprese di Brian De Palma, Robert Fiore, Bruce Rubin, lo spettacolo originale di Richard Schechner dalle Baccanti di Euripide, In principio era l’idea di Torgeir Wethal, dal Vangelo di Oxyrhincus di Eugenio Barba, e Action di Thomas Richards. Un’accurata selezione di documenti vivi, che completano il disegno di una Biennale intesa come corpo espanso del teatro.
Più che un manifesto, quello di Dafoe è un attraversamento. La sua visione prende forma in una tensione continua tra passato e presente, rito e esperienza, gesto e ascolto. Un teatro che va oltre la rappresentazione verso l’incontro e che non si limita a parlare solo alla mente, imprimendosi vivamente nella carne.