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Una tenda aperta al mondo, dove arte, musica, cinema, scultura e cucina diventano strumenti di incontro, ascolto e partecipazione condivisa. Il co-curatore Tom Eccles racconta untitled 2026 (a gathering of remarkable people), il progetto del Padiglione Qatar ai Giardini per la Biennale Arte 2026.
Nato dalla presentazione del lavoro di Rirkrit Tiravanija a Doha nell’ambito di Rubaiya Qatar, il progetto prende forma come un’opera corale e partecipativa nel sito destinato al futuro Padiglione permanente del Qatar progettato da Lina Ghotmeh – Architecture. Realizzato da Qatar Museums e presentato da Rubaiya Qatar, untitled 2026 (a gathering of remarkable people) si articola attorno a una struttura a tenda ispirata ai luoghi di incontro qatarioti, ospitando un film di Sophia Al-Maria, live performance sonore organizzate da Tarek Atoui, la scultura Jerrican di Alia Farid e un programma gastronomico dello chef Fadi Kattan. Coinvolgendo artisti, musicisti, poeti e chef di diversa provenienza, il progetto riflette sulla cultura come legame indelebile che unisce le persone. Ne abbiamo parlato con il co-curatore Tom Eccles.
In che modo l’idea di “minore” proposta da Koyo Kouoh si riflette nel progetto del Padiglione del Qatar?
Penso all’idea stessa del Padiglione come a uno spazio per “tonalità minori”, non minori in sé, ma come modi di partecipazione che spesso si collocano ai cosiddetti margini. Invitare lo chef palestinese Fadi Kattan, ad esempio, fa parte di un processo volto a dare spazio a voci e competenze artistiche che meritano maggiore attenzione. Abbiamo inoltre integrato nella struttura del programma la possibilità per gli artisti selezionati di invitare a loro volta altri partecipanti, dando vita a ciò che abbiamo definito “un raduno”.

Uno spazio ideato come segno tangibile del futuro Padiglione del Qatar, che sarà progettato da Lina Ghotmeh – Architecture. Quali elementi del progetto 2026 sono seminali per la costruzione di un’identità culturale qatariota all’interno della Biennale?
Il Padiglione è concepito, tanto concettualmente quanto fisicamente, come una piattaforma di dialogo e condivisione. Un luogo letteralmente aperto al mondo. In quest’ottica abbiamo voluto creare uno spazio che rappresenti il Qatar in una forma raramente visibile in Occidente. Il programma è pensato anche come un crocevia, tanto geografico quanto artistico.
La struttura progettata da Rirkrit Tiravanija richiama una tenda, concepita come luogo di scambio culturale, archetipo simbolico di una civiltà che diventa spazio contemporaneo per il corpo e per lo spirito. Qual è il “pensiero-manifesto” alla base del progetto?
Non sono sicuro ci sia un vero e proprio manifesto, ma se ci fosse sarebbe qualcosa come: “viviamo tutti sotto una grande tenda, dove possiamo comprenderci meglio attraverso attività condivise come la musica, il cibo e, naturalmente, l’arte”.
Contributi di artisti provenienti da ambiti diversi – dal cinema alla musica, dalla scultura alla cucina – costituiscono gli elementi centrali dello spazio immaginato da Tiravanija. Quali caratteristiche di questi singoli contributi diventano fattori chiave nel plasmare questo lavoro aperto e condiviso?
Il Padiglione è definito da contributi molto specifici, ma la nostra speranza è che questi diano vita a una fusione di storie vive, un presente lucido e un futuro carico di speranza, radicati nel Qatar e nella regione circostante.