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L’attrice e regista statunitense a capo della Giuria internazionale che assegnerà i Leoni d’Oro della Mostra del Cinema 2026 dal 2 al 12 settembre prossimi.
C’è una linea sottile che separa chi attraversa il cinema da chi lo mette in discussione. Maggie Gyllenhaal appartiene senza esitazioni alla seconda categoria: un’artista che ha costruito la propria traiettoria sfuggendo ai percorsi più comodi, scegliendo invece ruoli irregolari, fragili, spesso scomodi. La sua nomina a Presidente della giuria della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia non è soltanto un riconoscimento: è il segno di un Festival che decide di guardarsi allo specchio attraverso uno sguardo libero, inquieto, profondamente contemporaneo. Dal 2 al 12 settembre sarà lei a guidare la giuria chiamata ad assegnare il Leone d’Oro. Una responsabilità che arriva al termine di un percorso stratificato, fatto di scelte mai prevedibili. Dopo gli esordi nel cinema indipendente americano, Gyllenhaal si impone con interpretazioni capaci di scavare nelle contraddizioni umane: da Secretary a Sherrybaby, fino a titoli più mainstream come The Dark Knight, dove riesce a sottrarre il personaggio di Rachel Dawes a ogni banalità. È un’attrice che non cerca mai la superficie, ma lavora per sottrazione, lasciando emergere crepe, tensioni, zone d’ombra.
Negli ultimi anni, però, il suo sguardo si è spostato dietro la macchina da presa. Con The Lost Daughter ha firmato un esordio registico potente e rigoroso, premiato proprio a Venezia per la sceneggiatura. Tra le sue prove più recenti anche La sposa, lavoro che conferma la sua attenzione per figure femminili fuori asse, sospese tra desiderio e disobbedienza, in una narrazione essenziale e inquieta. A sottolineare il valore di questa scelta è stato il direttore artistico Alberto Barbera, che ha descritto Gyllenhaal come «un’artista di rara coerenza, capace di costruire nel tempo un percorso coraggioso e personale», evidenziando la sua attitudine a dare voce a personaggi “sfaccettati e non riconciliati”. Parole che restituiscono il senso profondo di una nomina tutt’altro che simbolica. Accettando l’incarico, Gyllenhaal ha ricordato come Venezia sia da sempre un luogo che sostiene “voci autentiche e singolari”, dichiarando di voler affrontare questo ruolo con curiosità e apertura. Non un giudizio calato dall’alto, ma un ascolto attento. La sua presidenza arriva in un momento in cui il cinema sembra interrogarsi su se stesso, sui propri linguaggi e sulle proprie urgenze. E forse è proprio qui che la sua figura diventa centrale: in quella capacità di abitare le contraddizioni senza risolverle. Con Maggie Gyllenhaal alla guida, Venezia 83 non si limita a celebrare il cinema. Lo mette, ancora una volta, in discussione.