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Nella Basilica di San Giorgio Maggiore Luc Tuymans ha collocato due grandi tele pensate per sostituire temporaneamente i teleri di Tintoretto in restauro. A Mestre, una mostra al Centro Candiani riporta l’attenzione su Edvard Munch, padre dell’Espressionismo nordico. Due artisti lontani nel tempo e nello stile, ma sorprendentemente vicini nel concepire l’arte come varco verso ciò che sfugge alla mera rappresentazione: il sacro, la drammaticità dell’esistenza, l’invisibile.
Per Munch l’arte è grido, confessione, esposizione di una ferita. Nei suoi dipinti, dalle linee frastagliate ai colori vibranti, non c’è mai compiacimento formale: l’opera deve scuotere, rendere manifeste le inquietudini profonde del tempo. L’arte non è un ornamento ma un atto rivelatore, un gesto che traduce in immagini l’angoscia e la speranza dell’uomo moderno.
Tuymans, al contrario, costruisce immagini sospese e ambigue. Nei suoi Heat e Musicians a San Giorgio la drammaticità nasce dal non detto, dal confine instabile tra presenza e dissolvenza. L’artista belga non intende narrare, ma evocare: l’arte diventa il tentativo di rendere tangibile ciò che resta invisibile, aprendo uno spazio meditativo.

Munch affronta il sacro in maniera tormentata. Nelle sue opere si respira la tensione di una spiritualità che è conflitto e rovello, segnata dalla colpa, dal peccato, dalla morte. Il divino è evocato come assenza o come promessa mancata, mai come certezza.
Tuymans si muove in tutt’altra direzione. Le sue tele veneziane, pur nate per uno spazio sacro, non ripropongono simboli religiosi né aspirano a didascalie teologiche. Piuttosto insinuano l’idea che la spiritualità si nasconda nei dettagli della quotidianità, che il divino possa manifestarsi persino nell’assenza di senso.
Non un conflitto ma un’epifania discreta: una luce che entra nella trama dell’ordinario. La cifra di Munch è l’urlo: deformazioni violente, colori acidi, linee taglienti che catapultano lo spettatore dentro il trauma. È un linguaggio espressivo diretto, teatrale, che trasforma l’opera in un palcoscenico dell’anima.

Tuymans sceglie la strada opposta. Il suo dramma è silenzioso, costruito su velature cromatiche smorzate, su immagini incerte, su atmosfere che evocano più che dichiarare. Dove Munch travolge, Tuymans sospende; dove il norvegese porta all’eccesso, il belga sprofonda nell’ambiguità. Munch e Tuymans sembrano così incarnare due poli della stessa indagine: come rappresentare l’invisibile? Il primo lo affronta con la forza dell’impatto, trasformando l’arte in un atto di rivelazione brutale. Il secondo vi si accosta con pudore, lasciando che lo spettatore abiti il vuoto e interroghi il mistero.
Entrambi, però, convergono nel restituire all’arte un valore che supera l’estetica: un terreno di esperienza radicale, in cui l’uomo si misura con il sacro, con la perdita, con il senso stesso della propria esistenza. Munch è il profeta che denuncia la ferita del moderno; Tuymans, il testimone che cerca di trattenere un’eco, un bagliore, una traccia.